Un ruolo dei privati poco definito e non privo di rischi, figure strategiche ancora in cerca di un volto, un’agenzia con autonomia e personale ridotto. Un anno dopo l’approvazione della riforma della cooperazione internazionale, è tempo di un primo bilancio. E le ong, pur apprezzando l’impianto generale della nuova legge, non mancano di segnalare le criticità nella sua applicazione. Al centro delle contestazioni, in particolare, è lo statuto dell’Agenzia per la cooperazione internazionale, novità della riforma e braccio operativo del sistema.

L’ITALIA ARRANCA NEL CONTRIBUTO ALLA COOPERAZIONE – Ma partiamo dai numeri. Quanti finanziamenti destina il nostro Paese alla cooperazione allo sviluppo? Meno di quanto fanno gli altri partner internazionali. Gli ultimi dati Ocse, relativi al 2014, parlano di 3,3 miliardi di dollari (circa 3 miliardi di euro) di Aps, cioè Aiuti pubblici allo sviluppo. Un dato invariato rispetto all’anno precedente. Questi fondi corrispondono allo 0,16% del Pil italiano, ben lontano dall’obiettivo dello 0,7% fissato dall’Onu. Si tratta, inoltre, di una percentuale decisamente più bassa rispetto ai partner europei: Norvegia e Svezia stanziano l’1%, Gran Bretagna e Danimarca superano lo 0,7%, Francia e Germania viaggiano tra 0,3 e 0,4%. Il premier Matteo Renzi ha annunciato che la quota italiana passerà, entro il 2017, dallo 0,16 allo 0,25% del Pil. Ma per ora la promessa resta sulla carta.

IL NUOVO FULCRO DEL SISTEMA: L’AGENZIA PER LA COOPERAZIONE – Ma chi gestisce questi fondi? Il sistema della cooperazione allo sviluppo si sta trasformando proprio grazie alla riforma datata luglio 2014. Innanzitutto, è cambiato il nome del ministero degli Esteri, che è diventato ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale (Maeci). Un preciso segnale politico per dare maggiore spazio a questa attività, come testimonia anche il ruolo, sempre previsto dalla legge, di un viceministro delegato alla cooperazione allo sviluppo. Il braccio operativo di questa impostazione, novità e nucleo centrale della riforma, sarà l’Agenzia per la cooperazione allo sviluppo. Dotata di autonomia di bilancio e di organizzazione, il suo statuto è stato appena approvato da un decreto ministeriale: nei prossimi mesi sarà scelto il direttore e, con l’inizio del 2016, l’ente dovrebbe raggiungere la sua piena operatività. A questo organismo, se ne affiancano altri. C’è la Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo (Dgcs), che elabora gli indirizzi per la programmazione in riferimento ai Paesi e alle aree di intervento. C’è il Consiglio nazionale per la cooperazione allo sviluppo, organo consultivo che comprende ong, istituzioni, ma anche soggetti privati. C’è il Comitato interministeriale (Cics), presieduto dal premier, che coordina le politiche di cooperazione con quelle in altri settori.

LA RIFORMA APRE AI PRIVATI. “MA C’E’ RISCHIO DELOCALIZZAZIONE” – Ma una delle grandi novità della riforma è anche il ruolo delle imprese private nella cooperazione internazionale. L’Italia, spiega la legge, promuove la loro “più ampia partecipazione” alle gare per realizzare iniziative di sviluppo e destina fondi alla concessione di crediti agevolati per costituire joint venture con società di Paesi partner. Nel Consiglio nazionale per la cooperazione allo sviluppo, inoltre, hanno fatto il loro ingresso sei “soggetti con finalità di lucro“: Confindustria, Federmacchine, Federalimentare, Ance (Associazione nazionale costruttori edili), Rete imprese Italia del Cna e Associazione italiana turismo responsabile.

Ora, le ong hanno accolto positivamente l’apertura ai privati, che considerano da sempre parte integrante della cooperazione. Ma non mancano le riserve: a finire nel mirino è lo statuto della nuova Agenzia. Durante la sua fase di approvazione, le maggiori reti di ong italiane hanno espresso la propria preoccupazione, in audizione alla Camera, fornendo un parere che “non può essere positivo” e giudicando il documento “in molti punti inadeguato al raggiungimento degli obiettivi della legge”. Ma nonostante le osservazioni, lo statuto è stato approvato lo scorso 30 luglio senza sostanziali modifiche.

“E’ stato introdotto uno squilibrio di trattamento tra organizzazioni non profit e mondo profit – ha spiegato durante l’audizione Maria Egizia Petroccione, portavoce del Cini, Coordinamento italiano network internazionali – Da una parte, per le organizzazioni no profit si insiste, giustamente, su una serie di paletti, criteri e controlli. Per quanto riguarda il settore delle imprese, invece, questo sembra non esistere nello statuto. Non sono definiti i criteri con cui le aziende possono accedere alla cooperazione e ai finanziamenti”. Questa situazione, sottolineano gli addetti ai lavori, rischia di aprire le porte a una mera delocalizzazione delle aziende italiane. Con il pericolo che dietro ai bassi costi della manodopera si nascondano condizioni di lavoro tutt’altro che dignitose. “Vorremmo che il privato investisse fondi in un processo condiviso secondo criteri etici – aggiunge Silvia Stilli, portavoce di Aoi, Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale – Vogliamo la certezza della verifica. Ma nello statuto, questa parte è molto vaga. In una situazione di crisi, è evidente che le imprese cerchino mercati all’estero. Bisogna vigilare affinché non si verifichi una delocalizzazione che preveda solo costi inferiori e regole meno stringenti di utilizzo della manodopera”.

PREOCCUPAZIONE PER I RUOLI VACANTI: VICEMINISTRO E DIRETTORE DELL’AGENZIA – Punti centrali della riforma, come detto, sono la funzione del viceministro e la nuova Agenzia. Eppure, queste due novità sono ferme al palo. Da un lato, il ruolo del viceministro è vacante dal 30 aprile scorso, quando Lapo Pistelli si è dimesso dall’incarico per diventare vicepresidente di Eni. Dall’altra, l’Agenzia per la cooperazione sarà operativa solo nei primi mesi del 2016. All’organismo manca ancora un direttore, per il quale è stato aperto un bando che si chiuderà il 14 settembre: ai candidati sono richiesti tre anni di esperienza nella cooperazione. “Perché così pochi? – si chiede Nino Sergi, consigliere politico della rete di ong Link 2007 – Ci aspettavamo almeno dieci anni. C’è già in mente qualche amico o politico con poca esperienza da piazzare? Il dubbio rimane”.

I DUBBI SULL’AGENZIA: AUTONOMIA RIDOTTA E POCO PERSONALE – E le perplessità sull’Agenzia non finiscono qui. Un’altra accusa rivolta dal mondo no profit è quella di nascere depotenziata. “Il ruolo e l’autonomia operativa dell’Agenzia e del suo direttore sembrano fortemente sminuite – è stata la critica mossa durante l’audizione alla Camera – L’architettura istituzionale dello statuto sembra volere porre l’agenzia al di sotto della Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo e questo troviamo che sia contrario allo spirito della legge”.

Oltre ad avere un’autonomia ridotta, l’Agenzia rischia anche di non avere un’adeguata dotazione in termini di personale. La riforma, infatti, fissa in 200 unità il numero massimo di dipendenti dell’ente, che poi potrà assumere fino a cento persone nei Paesi dove opera. In uno studio del professor Eduardo Missoni, docente di Management delle organizzazioni internazionali all’università Bocconi di Milano, si rileva come “la limitazione per legge della dotazione organica costituisce una forte limitazione alla crescita dell’Agenzia”. E ancora: “Porre dei limiti all’assunzione di personale locale è ancor più grave e denota carenza di visione strategica”. Non solo. La ricerca sottolinea anche che già oggi il sistema della cooperazione conta un numero di addetti inferiore rispetto ai partner europei. Nel 2013, riporta lo studio, ogni operatore nel campo gestiva una media di 5,73 milioni di dollari. Un’enormità, se rapportati agli 0,8 milioni della Germania, ma anche agli 1,4 della Svizzera e ai 2,5 della Danimarca.