Dopo mesi di agonia, con una lunga fila di dipendenti e collaboratori non pagati, il tribunale di Rimini ha dichiarato il fallimento della società che pubblicava la Voce di Romagna, quotidiano locale che copre le province di Rimini, Ravenna e Forlì-Cesena. Sullo sfondo rimane ancora l’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore di Rimini, Luca Bertuzzi, che ha aperto un fascicolo d’indagine per truffa aggravata ai danni dello Stato a carico dell’imprenditore Giovanni Celli, che della Voce è fondatore e della quale ha ricoperto la carica di presidente per oltre 15 anni. Oggi il giornale arriva in edicola edito da Edizioni delle Romagne, una srl gestita sempre dalla famiglia Celli, in questo caso i figli di Giovanni, Nicola e Camillo.

La sentenza del tribunale risale al 2 luglio, ma è stata pubblicata solo a fine luglio. Nelle 3 pagine sono stati messi nero su bianco i debiti accumulati fino alla fine del 2014: un rosso a 8 cifre, che sfiora gli 11 milioni e 600mila euro. Di questi, 3,2 milioni sono stati maturati nell’esercizio 2014. “Lo stato d’insolvenza – si legge – è acclarato dal mancato adempimento delle obbligazioni nei confronti dei creditori e dalla ingente perdita maturata nell’esercizio 2014”.

Le istanze di fallimento erano state proposte dalla Procura, da due ex direttori, dalla Casagit, la cassa di assistenza integrativa per i giornalisti, e da un gruppo di redattori. In un primo tempo, l’Editrice La Voce aveva chiesto il concordato preventivo. Ma la domanda, è scritto nella sentenza, “è stata dichiarata improcedibile”, per non aver “depositato nel termine concesso la proposta, il piano e la documentazione”. Curatore fallimentare è stato nominato Giuseppe Savioli, mentre la prossima udienza per l’esame dello stato passivo è stata fissata per il 5 febbraio.

Nell’ultimo anno e mezzo la storia del quotidiano è stata parecchio travagliata. I giornalisti hanno lavorato e raccolto notizie senza ricevere lo stipendio, e alcuni hanno accumulato anche 16 mensilità non pagate. E in redazione si continua a navigare a vista. Da alcuni mesi la proprietà fa capo alla famiglia di Celli, che ha riallacciato i contatti con Giampiero Samorì. L’avvocato modenese era stato chiamato già un anno fa, per dare un’iniezione di liquidità e salvare i conti del quotidiano. Si era parlato anche di una possibile vendita, ma su questo binario le trattative si erano poi arenate.

Nel frattempo prosegue il lavoro della Procura di Rimini, che ha a aperto un fascicolo d’indagine per far luce sull’utilizzo dei contributi pubblici arrivati fino al 2011 al giornale romagnolo. Si tratta di quasi 21 milioni di euro in 8 anni. Secondo gli accertamenti della Finanza i fondi sarebbero finiti ad altre società, sempre di Celli ma che niente avevano a che fare con il giornale e l’editoria. Da qui l’accusa all’ex amministratore unico di truffa ai danni dello Stato.