Lo voleva libero a tutti i costi, ora paga gli avvocati per farlo condannare. “Sedici mesi di odio belluino”, poi la resa dei conti. Alfano non ce la fa più e per frenare gli attacchi de Il Giornale ha deciso di denunciare per diffamazione il suo direttore, Alessandro Sallusti. Sarebbe tutto normale, se non si trattasse dello Sallusti per il quale due anni fa proprio Alfano si era speso anima e corpo, pur di fargli ottenere la grazia ed evitargli il carcere dopo una condanna per diffamazione. Alfano, da alfiere della grazia a istigatore della condanna. Nel giro di due anni.

Fu proprio Angelino Alfano, allora parlamentare Pdl, a firmare per primo l’appello al Capo dello Stato che si materializzo sul tavolo di Napolitano con 328 firme tra deputati e senatori. Così, a dicembre del 2012, il Presidente della Repubblica decise di graziare il giornalista. Chi non ci trovasse alcuna coerenza deve andare a cercarla nell’oggetto della presunta diffamazione. Allora la vittima era un giudice, Giuseppe Cocilovo, che sporse querela per un corsivo diffamatorio a firma Dreifus, comparso nel 2007 su Libero. Oggi la vittima è invece Alfano stesso, che si ritiene colpito da una serie di articoli diffamatori da parte del Giornale. Articoli che prendono le mosse da un’inchiesta dell’Espresso (“Gli affari della lobby di Alfano”) e vengono ulteriormente ripresi e calcati dal quotidiano di casa Berlusconi. In modo, a detta del ministro Ncd, diffamatorio. In realtà gli articoli hanno ad oggetto le numerose consulenze che la moglie del ministro dell’Interno, Tiziana Miceli, ha ottenuto dalla Consap, la concessionaria dei servizi assicurativi pubblici controllata dal ministero dell’Economia che fornisce servizi al ministero dell’Interno e a quello dello Sviluppo Economico.

Alfano passa in ogni caso al contrattacco, dalla difesa di Sallusti all’attacco di Sallusti. Perché, spiega in una nota, “avrei dovuto farlo tante altre volte in questi sedici mesi di odio a tratti belluino, ma non l’ho mai fatto nonostante il confine della diffamazione fosse stato superato in innumerevoli circostanze. Questa volta il confine è stato superato da un lato ancora più inaccettabile poiché non riguarda solo me, ma mia moglie in quanto tale e come professionista”.

“Sono ahimè costretto – prosegue il ministro – a procedere non solo in sede civile, ma anche penale, per il particolare carattere soggettivo del direttore de Il Giornale, già condannato definitivamente alla reclusione e graziato dal precedente Capo dello Stato e ancora una volta tendente alla recidiva diffamatoria”.

Dettaglio: la condanna che viene citata oggi da Alfano come prova di una reiterata propensione diffamatoria stride come un’unghia sul vetro rispetto alla difesa sperticata di qualche tempo fa. Al tempo, Alfano giudicava la condanna di Sallusti “un fatto abnorme e incredibile”, tanto da auspicare una profonda revisione delle norme sulla diffamazione a mezzo stampa “ per far si’ che non si verifichino più episodi che riportano indietro a epoche oscurantiste”. Sallusti, nelle dichiarazioni di Alfano, assurgeva a eroe nazionale: “Il direttore Sallusti ha messo le istituzioni e l’intero Paese di fronte alla sconcertante incoerenza rispetto al normale spiegarsi di una democrazia moderna e matura”. E ora il salvatore Alfano ci ha ripensato. E chiede di punire il suo eroe, con buona pace dei timori oscurantisti.