Mentre l’Unione Europea dà tempo alla Grecia fino al 20 aprile per presentare una nuova lista di riforme, in soccorso del governo Tsipras si muove, a sorpresa, la Chiesa ortodossa. Pronta a intervenire in aiuto delle sofferenti casse pubbliche mettendo a disposizione le sue proprietà. “Se lo Stato ha bisogno di noi, siamo qui”, ha detto l’arcivescovo Ieronymos. “Possiamo usare i fondi ricavati dalle nostre proprietà per contribuire a ripagare un po’ del debito“. L’intenzione non è quella di vendere le terre del clero – che con 130mila ettari è il maggior latifondista del Paese dopo lo Stato – bensì piuttosto di utilizzarle in modo più razionale facendo sì che producano reddito. L’arcivescovo, che è intervenuto alla televisione greca durante le vacanze pasquali ortodosse, ha parlato di un lavoro comune da portare avanti insieme allo Stato specificando che “i terreni rimarranno greci, e in mano dei greci”. L’offerta di collaborazione potrebbe tradursi dunque nella decisione di affittare le terre o utilizzarle per il turismo. Magari costituendo una società ad hoc con il ministero delle Finanze, a cui affidare la gestione dei beni dividendosi gli incassi.

Curioso, a prima vista, che una proposta del genere sia rivolta proprio a Tsipras, l’unico presidente del consiglio ellenico ad aver scelto di non prestare giuramento con cerimonia religiosa. Ma c’è da dire che finora anche il governo Syriza ha continuato a garantire al clero tutti i suoi storici privilegi. Tra le prime azioni del nuovo esecutivo c’è stata infatti la conferma dei pagamenti degli stipendi a circa 10mila preti da parte dello Stato, per un spesa di circa 220 milioni all’anno. Che non sono noccioline per un Paese che rischia il default se entro fine mese non troverà un accordo definitivo con i creditori per lo sblocco dell’ultima tranche di aiuti finanziari. Sembra inoltre che nei piani di riforma proposti finora all’Eurogruppo non ci sia traccia di nuovi interventi fiscali sui beni ecclesiastici. Questo nonostante il patrimonio immobiliare ecclesiastico sia stimato intorno al miliardo di euro, a fronte del quale vengono pagate tasse per circa 2,5 milioni. E nel portafoglio della Chiesa ci sarebbe anche un partecipazione superiore all’1% nella National Bank of Greece. La scelta di non intervenire su questo fronte, come invece Tsipras e il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis hanno deciso di fare nei confronti della casta degli armatori, è dettata sia da esigenze di Realpolitik sia dalla necessità di mantenere in piedi l’asse di governo con la destra di Anel, da sempre molto vicina alla Chiesa.

Intanto, a Bruxelles, i negoziatori greci e quelli europei continuano a non trovare un accordo definitivo. Atene rifiuta di prendere in considerazione il taglio alle pensioni dei dipendenti pubblici, puntando invece ad aumentare gli introiti dello Stato attraverso la lotta all’evasione. La Frankfurter Allgemeine Zeitung, citando degli anonimi partecipanti alla riunione dell’EuroWorkig Group ha scritto che nei colloqui della scorsa settimana i responsabili dell’eurozona sono rimasti “scioccati dall’incapacità della Grecia di delineare programmi per le riforme strutturali”. Il ministero delle finanze greco, riferisce l’agenzia ellenica Ana-Mpa, ha duramente criticato l’articolo apparso sulla Faz sostenendo che danneggia tutta l’Europa. La stampa tedesca, comunque, non molla la presa. Lunedì la Bild rivela che il governo di Atene avrebbe preparato un piano segreto per le elezioni anticipate, ipotesi però smentita in serata da fonti governative secondo cui “la migliore risposta a tali scenari è la legittimazione popolare di cui la politica del governo gode. Il governo – riportano le fonti all’Ana-Mpa – continua a cercare una soluzione che sia di reciproco vantaggio (con i creditori) rispettando il mandato del popolo e lasciando che gli altri lavorino su qualunque scenario li faccia sentire meglio”.