Alle spalle una lista di aziende fallite, cancellate, cessate o liquidate. Per il suo ex avvocato era una persona “ingestibile“, “uno che pensava che tutti lo volessero fregare”, un “paranoide”. Claudio Giardiello, 57 anni, nato a Benevento e residente a Garbagnate Milanese, di professione imprenditore, negli ultimi tempi annaspava in un mare di difficoltà finanziarie, tra pignoramenti di beni, decreti ingiuntivi, debiti e cause giudiziarie. E’ l’identikit dell’uomo che ha aperto il fuoco nella sezione fallimentare al terzo piano del tribunale di Milano, uccidendo tre persone. Titolare di una agenzia immobiliare in corso Magenta, in pieno centro, era la sesta volta che Giardiello “chiudeva” una attività in 20 anni per cessazione, liquidazione o fallimento.

Valerio Maraniello, suo ex avvocato, oggi avrebbe potuto essere in aula con lui. “E’ una persona sopra le righe, ingestibile come cliente perché non ascoltava mai i consigli. Era uno che pensava che tutti lo volessero fregare, era paranoide”, racconta il legale. Si è salvato Maraniello, dopo aver difeso Giardiello fino ad un paio di anni fa prima di lasciare il mandato proprio perché era un cliente difficile. Difficile e alle prese nella sezione fallimentare del Palazzo di Giustizia con l’ennesimo processo, quello relativo al fallimento dell’Immobiliare Magenta. Dagli archivi del Cerved, il nome dell’imprenditore risulta collegato alla Immobiliare Leonardo, fallita nel maggio 2012, e alla stessa Immobiliare Magenta, della quale il killer possedeva il 55% e fallita nel marzo del 2008. A difenderlo c’era Lorenzo Alberto Claris Appiani, anch’egli vittima della furia dell’imprenditore.

Appiani era stato l’avvocato di Giardiello in un procedente processo per fallimento e all’udienza di oggi nel palazzo di giustizia milanese era andato a testimoniare. L’assassino, dopo avere chiesto ad Appiani di rimettere il mandato, ha estratto la pistola e aperto il fuoco contro di lui. Un colpo di pistola al torace, a nulla è servita la corsa in ambulanza: il legale è arrivato al Fatebenefratelli già cadavere. Nato a Milano, ma originario dell’Isola d’Elba, 37 anni, Appiani proveniva da una famiglia di uomini di legge: sua madre, ora pensionata, è un avvocato, mentre la sorella è un magistrato. Lui stesso era molto stimato per la sua capacità di analisi del diritto. “Giardiello era stato cliente di mio nipote – ha raccontato Alessandro Brambilla Pisoni, zio della vittima e avvocato – poi aveva iniziato a combinare disastri e lui ha smesso di seguirlo. Sapevo che oggi mio nipote era in aula come testimone in una causa penale perché Giardiello era stato denunciato”.

Il terzo a cadere sotto i colpi di Giardiello è stato Davide Limongelli, coimputato al processo Magenta: le pallottole lo hanno raggiunto all’inguine e l’uomo è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico al Niguarda. Limongelli, che di Giardiello è anche nipote, risulta intestatario del 30% delle quote dell’Immobiliare Magenta. La terza vittima è Giorgio Erba, 60 anni, coimputato nel processo: anche per lui un colpo al torace, uno dei 13 esplosi dall’assassino.

A terra ci sono due corpi, ma Giardiello non è ancora soddisfatto. “Volevo vendicarmi di chi mi ha rovinato“, racconterà l’imprenditore ai carabinieri. Tra chi lo “ha rovinato” c’era anche un giudice Fernando Ciampi. Il suo ufficio è al secondo piano, così Giardiello corre fuori dall’aula e scende le due rampe di scale e entra nella stanza: altri due colpi di pistola, il magistrato cerca di proteggere una sua collaboratrice e viene ucciso. Ciampi, 72 anni, era originario di Fontanarosa, in provincia di Avellino. Dal 2009 alla seconda sezione civile, incaricata dei fallimenti, in precedenza era stato presidente della ottava sezione civile. Ciampi, magistrato noto per la sua correttezza e intransigenza, era stato citato come testimone perché aveva emesso una sentenza per il fallimento di una società collegata alla bancarotta dell’immobiliare Magenta.

Il 17 giugno 2008 Ciampi aveva condannato l’ex presidente di Eni, Pio Pigorini, a pagare 6 milioni di euro a titolo di danni patrimoniali, non patrimoniali e di immagine all’azienda per aver tenuto contatti illeciti col banchiere Pier Francesco Pacini Battaglia con pesanti danni per il gruppo. Nel 1993 il magistrato, quando era membro della I sezione del Tribunale civile di Milano, aveva firmato una sentenza che tutelava la libertà di stampa e di critica dei giornali nei confronti dei giudici che escludeva il carattere di “illegittimità , il gratuito intento ingiurioso e la volontà diffamatoria” di un giornalista del Corriere della Sera che aveva definito “scandalosa” la scarcerazione di Michele Greco. La corte aveva l’autore, ma per Ciampi e i suoi colleghi avevano giudicato la critica “legittima”.