Sei mesi dopo l’elezione di Abdel Fattah El Sisi alla presidenza egiziana, il governo approva la legge che regolerà le prossime elezioni parlamentari previste, al momento, a marzo del 2015. Ma la prossima tornata elettorale, ultima tappa della road map partita con la deposizione di Mohammed Morsi nel luglio del 2013, più che mettere fine alla transizione democratica potrebbe segnare l’ennesimo colpo di coda contro le formazioni politiche che ancora cercano di sopravvivere dopo la violenta repressione del governo egiziano.

La nuova legge che detta la composizione del parlamento, per la prima volta monocamerale dopo l’abolizione della Maglis al Shura (il senato egiziano), prevede 567 seggi. Di questi, solo il 20% sarà assegnato a candidati appartenenti a partiti politici. Il resto, più di 400, sarà riservato a candidati indipendenti mentre il 5% sarà nominato direttamente dal presidente egiziano El Sisi. Inoltre, la nuova suddivisione per distretti impone alle coalizioni percentuali molto alte per poter ottenere un seggio. Un cambiamento radicale rispetto alla legge precedente che vedeva invece due terzi della Camera assegnati a formazioni politiche e un terzo a candidati indipendenti.

Diversi schieramenti hanno espresso la loro preoccupazione. “Questo testo darà poche speranze ai partiti nati dopo la caduta di Mubarak”, commenta Said Al Khouri del partito Al-Wafd che lo scorso novembre aveva proposto con un emendamento l’aumento del numero di seggi assegnati alle liste politiche. La violenta repressione contro tutte le forme di dissenso ha profondamente rallentato lo sviluppo dei partiti politici. I Fratelli Musulmani, vincitori delle scorse parlamentari, sono stati messi fuori legge e dichiarati organizzazione terroristica mentre anche numerosi attivisti che avevano espresso il loro dissenso verso il regime sono in carcere. Delle circa 45 formazioni che si erano presentate alle prime elezioni dopo la rivoluzione, nell’autunno del 2011, nessuna potrebbe essere in grado di assumere un ruolo rilevante. Così anche per i partiti rimasti, anche per quelli che andranno a formare una coalizione in favore di El Sisi, le speranze di poter pesare nel nuovo parlamento si assottigliano sempre di più.

“La prima conseguenza di questo sistema maggioritario è che i programmi e l’ideologia dei partiti passeranno in secondo piano”, spiega a IlFattoQuotidiano.it Mustafa Al Sayyed, professore di Scienze Politiche all’Università del Cairo.
A pesare di più saranno i singoli candidati perché “la maggior parte verrà eletta sulla base di conoscenze sul territorio e sui servizi che questi candidati potranno dare agli elettori”, continua Al Sayyed. “I partiti politici non hanno avuto tempo di diventare forti nel Paese e di elaborare un programma alternativo. Le candidature individuali, inoltre, potrebbero spianare la strada al ritorno di politici appartenenti al defunto National Democratic Party (NDP) di Mubarak e a diversi businessman vicini al vecchio regime, gli unici ad avere le risorse economiche e i legami sul territorio sufficienti per poter avere successo nella prossima campagna elettorale. “Le reti di potere delle persone vicine al vecchio regime verranno consolidate – commenta El Sayed – la possibilità che molte personalità vicine al vecchio NDP si risiedano in Parlamento è molto alta”.

Lo scenario politico che si delinea con questa legge è dunque molto simile a quello degli anni del governo Mubarak, dove la mancanza di libertà di espressione e la repressione contro i movimenti politici di ispirazione islamica aveva impedito lo sviluppo di qualsiasi attività politica alternativa al regime. “Le persone hanno paura di fare politica – spiega a IlFattoQuotidiano.it Khaled Dawd, portavoce del partito liberale Al Dostour – 9 persone appartenenti alla nostra formazione sono in carcere e le nostre richieste per cambiare questa legge elettorale non sono state ascoltate”. La marginalizzazione dei partiti dopo l’elezione di Sisi è evidente anche dal fatto che lo stesso presidente ha deciso, a differenza di Mubarak, di non avere nessuna formazione politica a supportarlo. “Nel luglio del 2013 avevamo appoggiato la destituzione di Morsi – continua Dawd – non avremmo mai potuto immaginare che Sisi avrebbe confinato i partiti a un ruolo così marginale nella scena politica egiziana”.