In questi giorni in India il capro espiatorio per la ciclica questione irrisolta delle violenze sessuali nel paese è stato individuato in Uber, la popolare app che mette in contatto diretto passeggeri e autisti di taxi privati. Venerdì scorso a New Delhi una ragazza di 26 anni, secondo quanto riferisce la stampa nazionale, è stata stuprata da un tassista che aveva contattato utilizzando l’app di Uber. Con la denuncia agli organi di polizia della capitale è scattata la caccia all’uomo, identificato e preso in custodia nella giornata di domenica. Shiv Kumar Yadav, 31 anni, ha ammesso il reato ed è stato messo oggi in carcerazione preventiva per tre giorni, in attesa del giudizio per direttissima.

La notizia si è guadagnata le prime pagine di tutti i giornali, in particolare per la risposta giudicata da una parte dell’opinione pubblica come sproporzionata, del governo centrale. New Delhi ha, infatti, diramato una circolare in cui si bloccavano le operazioni di Uber nel territorio della capitale, accusando la compagnia americana di “ingannare” i propri utenti. L’inganno risiederebbe nel mancato controllo di licenze specifiche per guidare un taxi privato all’interno della municipalità di Delhi, a regola obbligatorie secondo le leggi vigenti. Nella giornata di ieri un’analoga circolare è stata diramata a tutti i Ministeri dell’Interno degli stati federali, paventando il blocco totale delle operazioni di Uber in tutto il paese.

Il governo presieduto da Narendra Modi ha optato per il pugno di ferro così da arginare le polemiche che hanno preso immediatamente piede nel paese, guidate da esponenti politici dell’Indian National Congress e di Aam Aadmi Party. Complici le elezioni locali per il governo della capitale previste per il prossimo anno, il blocco di Uber è visto come parte di una strategia politica sul medio termine, con l’obiettivo di presentare il Bharatiya Janata Party alle urne come il campione della sicurezza delle donne a New Delhi, tema di primo piano nell’agenda politica nazionale seppur portato avanti in modo piuttosto maldestro.

Non si capisce bene quale possa essere l’efficacia del blocco di Uber, visto che la app è tuttora disponibile e scaricabile gratuitamente. Inoltre, ed è questa la difesa che Uber India oppone alle critiche in queste ore, il sistema di controlli indiano nella fattispecie di quest’ultimo episodio di violenza ha dimostrato ancora una volta tutta la propria approssimazione. Shiv Kumar Yadav aveva infatti precedenti penali proprio per stupro: aveva scontato alcuni mesi di carcere nel 2011 ed era in libertà su cauzione. Al momento di iscriversi al servizio di Uber, Yadav aveva presentato un documento controfirmato dalla stazione di polizia di Delhi Sud in cui si certificava che il soggetto, al momento della registrazione come residente (in una residenza diversa da quella dove poi sarebbe stato prelevato dalla polizia domenica), non aveva mai commesso alcun crimine. Fedina penale pulita.

Trattasi di documento falso, dichiarano oggi le autorità di polizia, ma nessuno prima aveva controllato né si era assicurato che Yadav vivesse effettivamente all’indirizzo contenuto nel documento. In una nota, il presidente di Uber Travis Kalanick ha dichiarato che la compagnia farà “di tutto per aiutare ad assicurare alla giustizia il criminale e sostenere la vittima e la sua famiglia”. Inoltre, Uber “lavorerà col governo per delineare dei controlli sul passato [dei tassisti] attualmente insistenti nell’iter di rilascio delle licenze per trasporti commerciali”. Uber, come da termini per le condizioni d’uso nella app, non si ritiene responsabile della sicurezza durante il viaggio effettuato da un cliente su un taxi privato contattato tramite il servizio offerto. Clausola comune ai numerosissimi servizi di radio-taxi già attivi in India da anni ma che fino a questo momento, per le autorità governative, evidentemente non aveva rappresentato un problema.

di Matteo Miavaldi