Che rapporto abbiamo con il dramma, con le tragedie che ogni giorno si svolgono nel mondo? Incredibilmente vicino, ma anche molto lontano. E non certo per un mero dato di chilometri e distanze, ma per quell’inevitabile membrana di apparente distacco che immagini di telegiornali e notizie di quotidiani portano con sé. Giorno dopo giorno. Ci si prova, a soffrire per situazioni terribili, che qui neanche si potrebbero immaginare. Lo si avverte il pugno nello stomaco, realizzando (ormai ripetutamente) di condividere lo stesso pianeta con accadimenti che, in un remoto angolo del cervello, sembrerebbero più adatti a copioni creati per blockbuster effetto shock. Quello che Damiano Rizzi mette in atto con il suo libro La guerra a casa (Ed. Altra Economia) è invece un atto di onestà. Rapido ed efficace, ma certo non indolore. Neanche centocinquanta pagine scritte a cuore aperto dal fondatore della Ong Soleterre, per otto capitoli di ordinaria atrocità. Si scorrono rapide le sue righe scritte senza pietismo, ma con quell’indispensabile calore umano di chi ha toccato con mano e sguardo realtà inimmaginabili, incise nella memoria come una lama affilata. Forse quanto quella usata in Costa d’Avorio da ragazze e bambine-soldato, obbligate a squartare donne incinte come rito d’iniziazione, poco prima (o dopo) essere state abusate fisicamente e costrette a prostituirsi. Persino con funzionari delle Nazioni Unite. Pari a quella di machete intrisi dal sangue colato in nome dei ben noti blood diamonds della Sierra Leone, per i quali interi pezzi di generazioni crescono con arti mutilati da bambini killer, schiavi inconsapevoli di una rabbia loro imposta.

Machete intrisi dal sangue colato in nome dei ben noti blood diamonds della Sierra Leone, per i quali interi pezzi di generazioni crescono con arti mutilati da bambini killer, schiavi inconsapevoli di una rabbia loro imposta

“Soleterre non è un “progettificio”: facciamo cose perché hanno un senso, non perché un progetto è funzionale a prendere soldi”, scrive Rizzi, autore di piccole rivoluzioni in queste “terre rimaste sole”. Dieci anni dedicati al cambiamento, per ristrutturare 25 scuole che hanno permesso a 30.000 ragazzi di formarsi, allestire ospedali e sale operatorie per curare oltre 15.000 bambini, creare 8 cooperative per dare lavoro a più di 1.000 donne indigenti. E molto altro. Vale la pena specificarlo, per capire come una narrazione centrata su orrori sparsi in ogni parte del mondo sia in realtà orientata verso una direzione di speranza continua, ben più vicina di quanto si possa immaginare. Ne è esempio l’Ucraina: bastano pochi minuti per comprendere come l’aver quasi dimenticato la strage di Chernobyl sia un lusso permesso, ma solo a noi. Non certo ai reparti di oncologia pediatrica dai tetti sfondati, a famiglie costrette a dormire in stazioni congelate per restare vicino ai propri figli, disposte a vendere persino l’anima, se qualcuno la comprasse, per quei 15mila euro chiesti per curare un solo bambino.

“La “disumanizzazione” è avvenuta proprio per mano di chi li avrebbe dovuti tenere alti e vivi questi valori, i valori di una Costituzione partigiana.

Stati disumani ai quali Soleterre si oppone oggi con un Programma Internazionale di Oncologia Pediatrica, partito in Ucraina e sviluppato anche in Costa d’Avorio, India, Marocco e Italia. E poi via, verso altre situazioni sempre più vicine al nucleo caldo di queste pagine: quello dell’abuso femminile e del femminicidio, tema centrale fin dalla prefazione di Serena Dandini. Se basta poco per intuire la sotterranea tragedia di Rizzi nel suo racconto rivolto a una Tiziana scomparsa, sorella vittima dell’efferatezza del proprio marito, a emergere è la forza mentale di un uomo volitivo e deciso a non lasciarsi abbattere. Pronto a fare outing della propria sofferenza e di un sordo disincanto, preda consapevole di una disillusione alla quale oppone però strenua resistenza. “Ci si salva raccontando le cose che ci vanno male, e non solo “tutto bene”. Non è vero. Tutto bene significa non vedere più quello che non funziona. Certo si fa prima in questo modo. Ma non si comunica”.
Restano indelebili quelle immagini di bambine-soldato (così come, ad esempio, lo scempio compiuto verso molte donne in San Salvador) simile ad altri racconti sui quali soffermarsi non sarebbe indicato, per non confondere questo testo con un mero elenco di orrori ripetuti. Ma quanto vale una simile raccolta d’intime testimonianze, una presa di coscienza diretta per interposta altrui, rispetto al costante e piatto stillicidio di “ciò che non va” obbligatoriamente imposto dalla mediatica mensa quotidiana? Oltre un certo grado d’impotenza, l’indifferenza è inevitabile. “La “disumanizzazione” è avvenuta proprio per mano di chi li avrebbe dovuti tenere alti e vivi questi valori, i valori di una Costituzione partigiana. Allora agire in questo modo, e nemmeno esserne consapevoli, non è molto diverso da una guerra dove hai già disumanizzato tutti i soggetti”. Ed è questo l’ultimo gradino verso il baratro della totale accettazione, abisso dal quale Damiano emerge con un atto di pura volontà e cambiamento, motore centrale di questo singolare diario.