Torna Bookcity a Milano e sarà festa per grandi editori e catene di libri, meno per le librerie indipendenti. La quattro giorni dedicata alla lettura è iniziata il 13 novembre e si svolgerà tra incontri, presentazioni e mostre sparsi per il capoluogo lombardo. “Un evento sicuramente positivo perché pensato per essere diffuso sul territorio ma si tratta di una manifestazione che privilegia il centro città a discapito della periferia”, avverte Samuele Bernardini, presidente di Lim (Librerie indipendenti Milano, associazione che partecipa alla kermesse). “Quando arrivano gli scrittori famosi di certo non vanno in periferia, ma in centro a parlare delle loro opere. In questo modo come si fa a far conoscere una libreria che ha una buona offerta culturale ma non lavora nelle zone più centrali? Le librerie indipendenti soffrono già, e più di altri, per la scarsità di lettori in Italia e per la poca visibilità al grande pubblico, non avendo grandi budget in comunicazione da spendere”, continua il presidente dell’associazione nata nel marzo 2013 con 33 soci scesi, nel giro di un anno, a 26 a causa di varie chiusure, notando come “la situazione peggiora se non si cerca di attirare nuovi lettori, per esempio i giovani che sono i clienti di domani. Ma a parte le iniziative per la scuola Bookcity stenta a coinvolgere i ragazzi”.

La situazione delle librerie indipendenti non è critica solo a Milano, dove nel tempo hanno chiuso negozi storici come la Libreria Pecorini o quelli specializzati in viaggi e attualità come Azalai, ma in tutta la Penisola dove le insegne slegate dai grandi gruppi rappresentano ormai il 31% a valore dei canali di vendita, in caduta libera rispetto al 42,5% detenuto nel 2007, secondo il Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2014 dell’Aie (Associazione italiana editori). E non va meglio l’andamento dell’intero settore libraio che, nei primi otto mesi di quest’anno, ha perso 4,6 milioni di copie (-7,3%) e 36 milioni di euro di fatturato (-4,7%), sempre secondi dati Aie. Così molte librerie a conduzione familiare hanno deciso di passare al franchising pur di sopravvivere, entrando nel network di un grande gruppo e abbinando alla loro insegna quella dei big. Se l’alternativa è chiudere, in tanti preferiscono affiliarsi a una catena e rimanere aperti beneficiando non solo di una più ampia clientela ma anche di più titoli a disposizione e di un calendario organizzato di promozioni. Cavalcando questa situazione si è mossa tra gli altri Mondadori, attenta a conquistare nuovi punti vendita nei singoli quartieri di città.

Contro la moria delle insegne indipendenti “serve maggiore attenzione da parte delle istituzioni per promuovere la cultura del libro con una legge ad hoc e ci vuole una modifica della normativa sullo sconto massimo praticabile, oggi fissato al 15% ma non sostenibile dai più piccoli”, rilancia Bernardini. “Nel settore ci può e ci dev’essere spazio per tutti. Noi, per esempio, siamo a favore di un’Iva equiparata per libro cartaceo e libro elettronico”, mentre oggi l’edizione tradizionale paga un’imposta al 4% e l’e-book al 22 per cento. Ma cosa può fare di suo una libreria indipendente per sopravvivere? “Deve capire che si deve trasformare da negozio che vende libri a centro che fa cultura offrendo anche servizi, consulenze e informazioni al pubblico”, conclude il presidente di Lim. “Ma è difficile sostenere economicamente questa evoluzione e forse anche più problematico è monetizzarla. A differenza dei supermercati, in libreria non riesci a far pagare nemmeno il sacchetto per portare via i libri”.