Le elezioni del Donbass – nell’estremo est dell’Ucraina controllato dai ribelli filorussi – si sono concluse con la vittoria plebiscitaria del comandante militare separatista Aleksander Zakharchenko. Il voto non è stato riconosciuto da nessun governo al mondo, fatta eccezione per la Russia di Vladimir Putin. Il premier ucraino Petro Poroshenko ha parlato di “una ignobile farsa”, mentre Federica Mogherini, Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Unione Europea, ha dichiarato: “Le consultazioni del Donbass sono del tutto illegali, esse rappresentano un nuovo ostacolo sulla strada della pace”. Eppure non tutti i politici italiani la pensano così. Per dare un tono di legittimità alla kermesse elettorale – che si è svolta con urne trasparenti, dentro seggi stracolmi di miliziani armarti – le autorità separatiste hanno deciso di mettere in piedi una piccola “Commissione di controllo internazionale”, i cui membri sono stati convocati direttamente da coloro che avrebbero dovuto essere controllati: le stesse autorità politiche di Donetsk e Lugansk.

Tra gli “osservatori” presenti a Donetsk figuravano ben quattro nostri concittadini: l’onorevole forzista Lucio Malan, questore del Senato della Repubblica ed ex capo della propaganda di Fi, l’ex europarlamentare azzurro nonché sindaco di Rivarolo Canavese Fabrizio Bertot, e due altri attivisti di area berliusconiana, Alessandro Musolino e Alessandro Bertoldi. Una delegazione monocolore, interamente di marca forzista, che di buon grado ha accettato di esprimere il proprio verdetto di fronte alle telecamere e ai microfoni delle tv di mezzo mondo. “Onestamente non ho notato nulla di irregolare in queste elezioni – ha dichiarato Bertot – i seggi erano pieni di gente festante. Di fronte alle urne sono state allestite piccole orchestre di musica folcloristica e sono stati distribuiti ortaggi e generi alimentari. E’ chiaro, stiamo parlando di una situazione molto particolare, nel Donbass c’è la guerra civile. Detto ciò, tuttavia, non mi sento assolutamente di condannare la legittimità di questo voto”.

I membri della commissione – tra cui figurava, tra gli altri, il numero due del partito neofascista ungherese Jobbik, Marton Gyongyosi – sono rimasti a Donetsk per due giorni, alloggiati nell’unico hotel di lusso rimasto in città, il Ramada. Sono stati scarrozzati in due o tre seggi, ovviamente sotto scorta militare, dopodiché, in serata, hanno rapidamente emesso il loro giudizio: tutto regolare, nulla da eccepire. “Il voto non è stato influenzato in nessun modo”, ha dichiarato Malan. Dopodiché si è subito affrettato a specificare: “Sia chiaro, la mia presenza qui è assolutamente un fatto personale. Non c’entrano né il partito né il senato: mi hanno invitato e io ho accettato di venire. Tutto qui”. L’iniziativa è risultata piuttosto indigesta alle autorità di Kiev, che da ormai sette mesi hanno ingaggiato con i ribelli del Donbass una immane lotta fratricida, con migliaia di morti, eserciti di profughi e intere città ridotte in macerie. Il servizio di sicurezza ucraino – l’Sbu – ha fato sapere che i membri della “Commissione internazionale” potrebbero essere dichiarati “ospiti non graditi” all’interno del territorio nazionale.

Intanto – mentre i seggi vengono rapidamente smantellati – nei dintorni di Donetsk si continua a morire. I separatisti hanno annunciato una offensiva su larga scala, che dovrebbe portare – nelle prossime ore – alla conquista definitiva dell’aeroporto cittadino. Da diverse ore le mura del centro tremano incessantemente a causa del continuo tamburellare delle opposte artiglierie. “Siamo alla lotta finale”, ha annunciato Zakharchenko. Uno spettacolo al quale Malan e compagni hanno preferito non assistere: rifatte le valige, si sono affrettati a rientrare in Italia.

di Iacopo Bottazzi