Renzi voleva fare presto e magari, come dicono Cinque Stelle e Forza Italia, ricevere la notizia della fiducia incassata proprio durante il vertice con gli altri leader europei a Milano. E invece il Senato è sempre il Senato ed è stata un’altra giornata di passione anche sul Jobs act, simile alle “battaglie” sulle riforme istituzionali della scorsa estate. Alla fine la tanto osteggiata fiducia passa in piena notte con 165 voti favorevoli, 111 no e due astenuti, dopo una giornata di insulti, liti, crisi di coscienza e lanci di oggetti (identificati: il regolamento del Senato) all’indirizzo del presidente Pietro Grasso. Renzi incassa il sì alla delega (‘in bianco’ secondo l’opposizione) che permette al governo di riscrivere le regole del lavoro, ma lascia sul terreno una scia di polemiche e anche qualche senatore, nonostante la sostanziale tenuta anche nei confronti dei dissidenti che alla fine votano per il sì al governo, con poche eccezioni.

La giornata dell’aula –  A metà giornata i grillini alzano la voce e interrompono il discorso del ministro del Lavoro Giuliano Poletti, qualcuno porta al suo banco “un’elemosina” da 50 centesimi, il presidente Piero Grasso sospende la seduta e espelle il capogruppo M5s Vito Petrocelli. 

Alla ripresa dei lavori Poletti vuole accelerare e rinuncia al discorso e consegna un documento scritto. Ma Cinque Stelle e Lega Nord cominciano a fare ostruzionismo chiedendo la parola in serie sul calendario dei lavori (per introdurre gli argomenti più diversi). Scoppia il caos totale: Palazzo Madama respinge la proposta di rinviare il voto di fiducia chiesto dal governo sulla riforma del lavoro e parte la protesta: Lega e M5s occupano i banchi del governo, Grasso diventa il mirino di un lancio di fogli e libri, tra cui il regolamento del Senato diventato proiettile per merito del capogruppo del Carroccio Gianmarco Centinaio: “Gliel’ho lanciato, è vero, ma non volevo fargli male, ho buona mira e sapevo che non l’avrei colpito”. Arrivano quasi alle mani perfino senatori Pd e Sel, che sono entrati in Parlamento come potenziali alleati di governo. 

La sostanza è che non si vota prima di tarda sera e non solo per il totale caos in Aula, ma perché bisogna aspettare ancora l’ok della commissione Bilancio. “Le reazioni di una parte delle opposizioni fanno parte più delle sceneggiate che della politica – dichiara il presidente del Consiglio – se tutte le volte che andiamo a presentare riforme in Senato dobbiamo assistere a queste sceneggiate. Io non sono preoccupato ma è un segno di mancanza di rispetto da chi dà vita a queste sceneggiate”.  

E in tutto questo si perde un po’ il merito della questione. Al centro della discussione c’è l’articolo 18, che però nel disegno di legge delega non viene mai citato. E se Matteo Renzi dice di non temere imboscate, i problemi riguardano il testo. In Aula si vota infatti il maxi-emendamento che riguarda tra le altre cose gli incentivi ai contratti a tempo indeterminato. Ma anche se non è specificato, Palazzo Chigi assicura che la fiducia è sull’articolo 18. Una posizione ribadita dal ministro del Lavoro. “L’articolo 18 – ha detto Poletti – non è l’alfa e l’omega della nostra riflessione. Io rispetto tutte le considerazioni ma credo siano forse state eccessive in senso positivo e negativo. Si tratta di un argomento rilevante ma meno decisivo”. 

Poletti: “Indennità in licenziamenti economici, reintegro in discriminatori e disciplinari gravi”
In particolare sull’articolo 18 il ministro ha spiegato che sarà prevista la possibilità del reintegro per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare particolarmente gravi, previa qualificazione specifica della fattispecie”. Saranno invece eliminati “i licenziamenti economici e sostituendolo con un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità”. Poi la questione del riordino dei contratti e dell’abolizione dei contratti a progetto. La “scelta fondamentale per ridurre la precarietà per i lavoratori e dare certezza alle imprese è un drastico riordino delle tipologie contrattuali con l’abolizione delle forme più permeabili agli abusi e più precarizzanti, come i contratti di collaborazione a progetto”. E con orgoglio rivendica: “Noi non ci limitiamo a lamentarci del fatto che ci sono pochi contratti a tempo indeterminato e troppi precari. Noi agiamo per modificare questa situazione”.

Parlamentari Sel e Pd De Petris e Cociancich arrivano quasi alle mani
In serata succede l’impensabile. Ad arrivare quasi alle mani sono i parlamentari di Pd e Sel, cioè coloro che un anno e mezzo fa erano alleati per vincere insieme le elezioni. “Vergogna”. “Come ti permetti”. Tra le urla, sono arrivati quasi al contatto fisico la senatrice di Sel Loredana De Petris e il senatore Pd Roberto Cociancich. Sel protestava contro il presidente Grasso per aver messo in votazione in tempi strettissimi le richieste di variazione del calendario, quando – racconta De Petris – Cociancich ha urlato ai vendoliani “Vergogna”. “Loro violano i regolamento, mentre noi chiediamo di avere solo un po’ di tempo per esaminare il maxiemendamento, e si permettono di gridare a noi ‘vergogna’. A quel punto si creano tensioni cui di solito non partecipiamo. Io mi sono avvicinata a Cociancich – prosegue la senatrice – e gli ho detto ‘come ti permettì. Ma nessun contatto fisico, dopo ci siamo chiesti scusa e lì è finita”. “E’ stato Cociancich – racconta la capogruppo di Sinistra ecologia e Libertà – che ha cominciato ad insultare ed è stato lui che ha cominciato a ricorrere alle mani. E quando poi dai banchi dietro ai nostri ho cominciato a sentire insulti del tipo ‘sono fascistì rivolti a noi di Sel, non ci ho visto più. Noi di Sel cerchiamo sempre di mantenere un certo aplomb in Aula. Ma dal Pd stavolta la provocazione che è arrivata è stata troppo grande e io ho reagito”. A proposito di una senatrice del Pd (la storica Emma Fattorini) che dichiara di essere rimasta vittima dello scontro anche fisico tra la De Petris e Cociancich, la parlamentare di Sel si giustifica: “forse con il ciondolo del bracciale l’avrò anche toccata, ma è stato del tutto involontario…”.

Forza Italia vota contro, Alfano soddisfatto
Voto contrario per Forza Italia: “Il Senato vota un atto vuoto e sconosciuto. Un imbroglio. Il Jobs Act è un vuoto compromesso, ma Matteo Renzi lo presenta come una riforma epocale”, scrive su twitter il presidente dei deputati azzurri Renato Brunetta, che subito dopo aggiunge: “Con la riforma del lavoro di Renzi come sarà votata oggi i mercati non investiranno in Italia”. 
Si dice invece soddisfatto il ministro dell’interno Angelino Alfano. “Grande soddisfazione”, ha detto intervistato da Agorà, “siamo contenti del voto di fiducia sulla delega sul Jobs Act. Il Parlamento dà la delega al Consiglio dei ministri. Un punto di equilibrio positivo che può consentire una riforma del mercato del lavoro che è superato da tutti gli altri paesi”. Ha poi sottolineato “l’orgoglio” del suo partito per aver “aperto il varco” e il supporto a Renzi per superare “le resistenze della vecchia sinistra”.