Un po’ ristrette, un po’ insolventi, molto disordinate, però le Province stanno bene. E tra un paio di settimane, senza che le piazze siano invase da ingombranti palchetti per i comizi e senza consultare i cittadini con relativo scrutinio notturno e le proiezioni dei sondaggisti, saranno persino rinnovate, rimpinguate. Ci saranno presidenti (64), consiglieri (760); presidenti di città metropolitane (8) e consiglieri di città metropolitane (162): una carovana un po’ ridotta, rispetto all’epoca di elezione di primo livello, questa è di secondo livello, politici votati votano politici: ce n’erano 2500, adesso saranno 986, ma si scelgono tra loro. Entro il 12 ottobre e non vi sentite in difetto se la notizia non vi tocca, sparse e con regole miste, ciascuna applica un decreto su misura, le Province si fanno simbolicamente più snelle (anche di democrazia). Così “leggere” che Vincenzo Bernazzoli di Parma non riesce a scovare 30.000 euro (trentamila euro, avete letto bene) per la manutenzione ordinaria di fatiscenti edifici scolastici. E ancora covano nei bilanci gli effetti dei continui mancati trasferimenti statali, e ancora le buche attendono una toppa, e i servizi un po’ di carburante: all’improvviso, oggi il problema non è risolto, bensì scomparso.

Il governo di Matteo Renzi, che ha spinto la Costituzione in sala operatoria con l’assistenza di un (ex) Cavaliere, non promette (pardon, non annuncia) nulla sul destino di queste 64 Province: forse un domani saranno abolite davvero, adesso i presidenti si prendono un mandato di 4 anni, i consiglieri s’accontentano di un biennio e sindaci, assessori e sconosciuti membri dei comuni s’apprestano a spartirsi un piccolo, desolante, eremo di potere. Anche se le piazze non pullulano di manifesti, la campagna elettorale è cominciata da settimane. E le campagne elettorali locali, proverbialmente faticose e cervellotiche, svolte dai politici per i politici non sono nient’altro che riunioni condominiali per distribuire le poltrone con maggiore comodità. Lo spirito riformista accompagna le trattative di queste ore, al centrosinistra (cioè al Partito democratico) e al centrodestra (cioè a Forza Italia) non pare vero: possono dividersi la Puglia e la Liguria, siglare patti più o meno segreti, senza temere la bocciatura popolare. Azzerate le liste civiche: pesano poco.

A Taranto il sindaco è di Sel, Ippazio Stefano, la Regione di Sel, di Nichi Vendola. E allora democratici e forzisti, giocando a campo largo sull’intera regione, volevano assegnare la Provincia tarantina al partito di Berlusconi, al primo cittadino di Massafra, Mario Carmelo detto Martino Tamburrano. Il coordinatore Michele Emiliano ha protestato, i dem pugliesi l’hanno seguito, e l’inciucio pare evitato.A La Spezia, dove i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni detengono egregie quote elettorali e la concorrenza è fragile da qualsiasi punto di vista e per chiunque (nessuno ha voglia di prendersi questa incombenza), i dem hanno cercato l’approccio con i forzisti: reazione freddina. Neanche quattro mesi fa, i padovani hanno incoronato sindaco il leghista Massimo Bitonci: dopo il centrodestra e il centrosinistra, la città ha scelto un leghista. A Forza Italia non piace più. E così Manuel Bianzale, capogruppo di Forza Italia al Comune di Padova, rivendica la presidenza. Per spaventare il Carroccio, i forzisti minacciano alleanze con il Nuovo Centrodestra di Alfano: direte, che minacce pericolose. Sbagliato, perché il movimento di Angelino sarà quasi ininfluente se votano i cittadini, ma determinante se votano i politici.

A Bergamo, anche per continuità storica, i democratici sostengono il consigliere uscente Matteo Rossi che, commosso, ha presentato il simbolo e divulgato un messaggio (non ai cittadini, semmai ai colleghi): “Fin dall’oratorio, la mia passione è quella di tenere insieme e di fare insieme”. I leghisti dovevano ratificare la linea di Matteo Salvini, il segretario contestatore che, appunto, voleva contestare la farsa di queste Province mezze vive e mezze morte: il partito locale l’ha smentito. E la Lega lancia Giuseppe Pezzoni da Treviglio, quasi 30.000 abitanti. Occhio alla Toscana, dialogo fitto tra i democratici e l’emissario di Denis Verdini, Massimo Parisi. Nessun ostacolo, come abitudine, a Firenze: i forzisti si apparentano con i leghisti. I sindaci capoluogo di 8 città metropolitane (mancano Reggio Calabria e Venezia commissariate) si prendono l’intera provincia, estendono il territorio. Il chirurgo Ignazio Marino potrà operare sino a Frascati. I grandi vincono dove lo spazio è grande, i piccoli s’azzuffano. Chi vuole conquistare la Provincia di Avellino deve trattare con Ciriaco De Mita, 86 anni, sindaco di Nusco, elettore.

da Il Fatto Quotidiano del 6 settembre 2014