Cristiani, ebrei, sikh, hare krishna e musulmani. Circa 500 persone a Piacenza, ognuna secondo la propria confessione, hanno pregato per la fine del conflitto nella Striscia di Gaza e in ogni parte del mondo. Riuniti in cerchio hanno letto a turno brani e preghiere per chiedere che tra Israele e Palestina torni la pace. L’iniziativa, la prima in città, è nata su suggerimento di una ragazza, Federica Lugani, che ha organizzato l’evento insieme alla diocesi. Un momento di riflessione tra comunità durante il quale però non sono mancate le tensioni. A scontrarsi durante la serata, alcune donne musulmane sulla possibilità o meno di pregare in pubblico. 

“Non possiamo pregare in pubblico, per di più in mezzo ad altri uomini”, ha detto Khadija, la 40enne dalla quale è partita la “rivolta” delle fedeli all’Islam presenti in piazzetta Plebiscito. “Non ho nulla contro questa preghiera comune, ma non condivido il modo in cui hanno fatto pregare le donne. Perché la religione musulmana ci chiede di pregare in casa, anzi, nella nostra stanza per non farci vedere. Altrimenti non avrebbe senso la divisione in moschea. Bisognava pensarci prima”. Un pensiero espresso ad alta voce, che ha portato alcuni rappresentanti del centro islamico a chiedere, in modo netto, che la 40enne facesse silenzio. Gli uomini, poi, hanno cercato di calmare le acque: “Se sono così devote dovrebbero sapere che una donna non può alzare la voce”, le hanno intimato. Il risultato è stato l’opposto, cioè di surriscaldare gli animi e far aumentare il fronte di donne in protesta. Insomma, alla fine la disputa teologica è stata risolta pragmaticamente dagli agenti della Digos, che hanno fatto allontanare il gruppo e la cerimonia ha potuto concludersi con la preghiera anche delle altre comunità presenti in una piazzetta Plebiscito mai così gremita.

Sul volto degli organizzatori delle varie confessioni, però, era visibile la delusione, per questo “conflitto” scoppiato all’interno di un momento che per Piacenza si poteva definire storico, proprio per chiedere la fine di ogni conflitto armato nel mondo. Un avvicinamento, il primo, tra realtà che finora non si erano mai sfiorate, se non a parole. E tutto era nato dal basso. Da una ragazza, Federica Lugani, che aveva lanciato la proposta alla Diocesi che frequenta in città, la quale si era incaricata di divulgarla. E da quel momento era stata una pioggia di adesioni. “Era un bisogno che sentivamo di spezzare questo bombardamento di disumanità – ha sottolineato Federica – per fermarci un attimo, anche tra diversità, per pregare per un dono, il dono della pace. Mai ci saremmo aspettai tanta partecipazione. Forse abbiamo intercettato un bisogno forte”.

Profetico, invece, era stato il vicario del vescovo, monsignor Giuseppe Illica, che prima della cerimonia si era espresso con parole di gioia nel vedere finalmente tutte le confessioni riunite, ma aveva aggiunto che “certo mi aspetto sia un bel momento, anche per il futuro. Un segno che si può collaborare, che c’è più unità. Ma non dobbiamo essere ingenui, perché le differenze rimangono e in altre circostanze torneranno fuori, ma per ora godiamoci questo momento di grazia”.