Trentasette milioni di euro incassati indebitamente dalle tasche dello Stato. Con questa accusa sono stati arrestati tre dirigenti del gruppo Avelar, colosso russo-svizzero dell’energia che si è lanciato del business del fotovoltaico italiano. Pannelli cinesi spacciati per europei e carte false sulle date di fine lavori: secondo la procura di Milano, sono questi gli espedienti che le società del gruppo hanno usato per beneficiare indebitamente dei milionari incentivi all’energia solare. E mentre il denaro pubblico volava oltre confine, in Italia non restavano che le macerie, con quattro aziende fallite, dal Veneto alla Puglia, centinaia di lavoratori e decine di aziende fornitrici in difficoltà. “Avelar non intende commentare le notizie riportate oggi dalla stampa” questa la risposta del gruppo.

A finire in carcere a San Vittore, su ordine del gip Enrico Manzi, è stato Igor Akhmerov, presidente e amministratore delegato di Avelar Energy. Agli arresti domiciliari sono finiti, invece, Marco Giorgi e Giampiero Coppola, amministratori di altre società del gruppo. Insieme a loro, sono indagate altre cinque persone, per ora a piede libero. Le accuse nei loro confronti sono di associazione a delinquere finalizzata all’indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato e falso ideologico in atto pubblico.

Per comprendere la natura dei fatti contestati, è necessario tornare al 2008, quando Akhmerov e soci sono sbarcati in Italia. Alle loro spalle stava Renova, colosso dell’energia in mano a Viktor Vekselberg, uno degli uomini più ricchi di Russia. Avelar ha fatto il suo ingresso nel nostro Paese acquistando quote dell’azienda reggiana Kerself, attiva nell’ambito del fotovoltaico. A sua volta, questa impresa controllava tre società, la pugliese Saem e le padovane Helios ed Ecoware. Quello che faceva gola a Mosca era il business dell’energia solare italiana. Grazie alle società di cui sopra, in Puglia e Basilicata sono stati costruiti decine di impianti fotovoltaici che hanno fruttato incentivi da milioni di euro alle aziende del gruppo. Ma almeno 37 di questi milioni, secondo la magistratura, sono stati percepiti indebitamente. L’inchiesta coordinata dal pm Maurizio Ascione, che ilfattoquotidiano.it aveva in parte anticipato mesi fa, ha ricostruito gli espedienti messi in atto, tra il 2011 e il 2013, per frodare il Gse, Gestore servizi energetici, l’ente che eroga gli incentivi per le energie rinnovabili.

La prima mossa è stata cambiare il passaporto dei pannelli solari. Infatti, alle strutture in silicio prodotte nell’Unione europea spettano incentivi maggiori rispetto a quelle provenienti da fuori continente. Le società del gruppo Avelar, secondo la procura, hanno comprato pannelli cinesi a basso prezzo per poi spacciarli per europei, inventando un passaggio mai avvenuto attraverso una società polacca, la Revolution 6, e modificando la sigla alfanumerica presente sul prodotto per nasconderne la reale provenienza. Gli indagati, nella ricostruzione dei magistrati milanesi, hanno prodotto documenti falsi ingannare non solo il nostro Gse, ma anche la Tuv Intercert Ghmb, società tedesca che fornisce certificazioni di qualità relative ai pannelli solari.

Ad essere falsificata, secondo gli inquirenti, non è stata solo la provenienza del materiale, ma anche la data di fine lavori degli impianti fotovoltaici. Infatti, gli incentivi pubblici sono regolati secondo sistemi di erogazione chiamati conto energia. Ce ne sono stati cinque a partire dal 2005 e, con il passare degli anni, sono diventati sempre meno favorevoli. Le società di Avelar, stando all’accusa, dichiaravano di avere finito i lavori quando in realtà l’impianto non era ancora attivo, in modo da beneficiare di un conto energia più remunerativo.

Così, gli impianti fotovoltaici costruiti dalle società di Avelar hanno continuato a macinare incentivi, mentre le aziende che li avevano costruiti sono fallite una dopo l’altra. Prima Kerself (che nel frattempo aveva cambiato il nome in Aiòn Renewables), poi Ecoware ed Helios, infine Saem. A farne le spese sono state le centinaia di lavoratori in cassa integrazione e decine di aziende fornitrici a rischio chiusura per i mancati pagamenti: basti pensare che solo la capofila nel gruppo Aiòn contava 500 lavoratori e 245 milioni di debiti verso altre imprese locali.