La quantità di intelligenza che è possibile inserire in un apparato tecnologico non è limitata da alcun provvedimento normativo. Di questo passo, nel giro di qualche decina d’anni, la specie “vivente” dominante non sarà più l’umana ma quella delle macchine. La funesta previsione arriva da Louis Dal Monte, fisico, imprenditore e soprattutto autore di “The Artificial Intelligence Revolution”.

Entro il 2040, le macchine dotate di intelligenza artificiale compiranno l’incredibile sorpasso: senza dover ipotizzare uno scenario estratto dai fotogrammi di Terminator, i migliori frutti dell’evoluzione tecnologica saranno in grado di tramutare gli umani in cyborg. E a guardarci attorno i prodromi sono fin troppo evidenti: l’inserimento di “ricambi ” artificiali nel corpo umano è ormai di prassi e nessuno (tutti allettanti dall’inconfessato sogno di guadagnare l’agognata immortalità) si stupisce di protesi hi-tech o di cuori meccanici,

Nel frattempo, la presenza di apparati elettronici per lo svolgimento automatizzato di funzioni – un tempo prerogativa di persone in carne ed ossa – ha mandato in pensione tabaccai, benzinai e cassieri.

Del Monte ritiene che le macchine acquisiranno autocoscienza e conquisteranno progressivamente la capacità di autoproteggersi. Potranno persino vedere gli umani pericolosi nello stesso modo in cui noi oggi ci relazioniamo con le più fastidiose specie di insetti. A giustificare la naturale “antipatia” ci sarebbero parecchi fattori: l’instabilità umorale, la litigiosità portata all’estremo delle guerre, la capacità di creare micidiali virus informatici letali per computer e robot.

Un esperimento condotto nel 2009 in Svizzera alla Ecole Polytechnique Fédérale of Lausanne non frena l’inquietudine. Mille robot, divisi in 10 gruppi differenti, erano stati programmati per accendere una luce in caso trovassero una buona risorsa, così da aiutare gli altri del medesimo team ad individuarla. Lo spirito collaborativo è presto scemato. Dopo 500 generazioni del rapido processo evolutivo, il 60 per cento queste macchine – forti di un imprevisto istinto di sopravvivenza – avevano imparato a “barare”. I robot “bugiardi” spegnevano la luce in caso di rinvenimento di qualcosa di buono e l’accendevano in prossimità di risorse pericolose o nocive così da ingannare i propri simili e riservare per sé ogni utilità.

Legittimamente preoccupati per il futuro, per una volta, possiamo esser felici se “l’uomo Del Monte ha detto no”, perché non sappiamo se l’androide che un domani ci farà da badante sarà simile più al dolce “Uomo bicentenario” o alla dispotica nurse di “Io e Caterina”.