È la singola causa di morte maggiormente prevenibile, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Uccide 6 milioni di persone ogni anno, all’incirca una ogni sei secondi, pari al 10% di tutti i decessi tra gli individui adulti. Una cifra che potrebbe superare gli 8 milioni di morti l’anno nel 2030. Sono le previsioni contenute nell’ultimo rapporto sul fumo dell’Oms. L’allarme è lanciato in occasione della “Giornata mondiale senza tabacco”, che si celebra ogni anno il 31 maggio. “Si tratta di un’epidemia graduale, ma inesorabile – recita il rapporto -. Nel secolo scorso sono stati 100 milioni i decessi, cifra destinata a balzare a un miliardo entro la fine del 21esimo secolo, se non si agirà in fretta”.

I dati elaborati dalla Convention sul controllo del tabacco – uno dei trattati di maggiore successo nella storia delle Nazioni Unite, entrato in vigore nel 2005 e ratificato da 176 Paesi, l’88% della popolazione mondiale – stimano in 1 miliardo il numero di fumatori nel mondo, all’incirca l’80% dei quali vive in Paesi a basso e medio reddito, dove l’impatto dei decessi e delle malattie legate al fumo, ad esempio cardiovascolari o respiratorie, è più pesante. “Nel fumo sono presenti più di 4mila sostanze chimiche, di cui almeno 250 considerate dannose per la salute e più di 50 note come causa di cancro. Ma la maggior parte dei fumatori – denuncia l’Oms – non sono davvero consapevoli dei rischi per la propria salute”.

Rischi ai quali vanno incontro anche coloro che non fumano. Non esiste, infatti, secondo l’Oms, un livello di esposizione al cosiddetto fumo passivo considerato sicuro. “Ammonta a 600mila il numero di morti a causa del fumo passivo. Oltre un quarto – sottolineano gli esperti delle Nazioni Unite – sono bambini. Più del 40% dei minori ha, infatti, almeno un parente fumatore e uno su due respira regolarmente in luoghi pubblici aria inquinata da sostanze presenti nel fumo. Una ragione in più – denuncia il rapporto dell’Oms – per mettere in atto politiche efficaci nell’aiutare i fumatori a smettere”. 

Ma come modificare un’abitudine ormai così radicata nella vita quotidiana di molte persone? Un recente studio effettuato dall’University College di Londra ha dimostrato, in proposito, l’utilità delle sigarette elettroniche: chi ne fa uso ha una probabilità di smettere superiore del 60% rispetto a chi ricorre ad altri metodi. Recentemente la città di New York, dopo aver proibito il fumo delle sigarette, comprese quelle elettroniche, in bar, ristoranti, piazze, parchi e spiagge pubbliche, ha innalzato da 18 a 21 anni l’età minima per l’acquisto delle bionde. La Food and drug administration (Fda), l’ente Usa per la regolamentazione di cibi e farmaci, ha inoltre invitato i cittadini a denunciare e segnalare tutte le possibili violazioni alla legge sul fumo di cui sono testimoni. 

Interventi accolti con favore dall’Oms. Ma, secondo gli esperti Onu, la strategia più efficace resta un’altra: agire sulla leva fiscale. “Alzare le tasse sul fumo per ridurre le malattie e il numero di morti” è lo slogan scelto quest’anno per la Giornata senza tabacco. In Italia, dove secondo l’Istat i fumatori sono il 21,9% della popolazione sopra i 14 anni, il ministero dell’Economia sta pensando d’inserire nel decreto legislativo di attuazione della delega fiscale un aumento di due decimali delle accise sulle sigarette, che potrebbe tradursi in 40 centesimi in più per ogni pacchetto. “L’aumento delle accise è, in termini di costi-benefici, la migliore misura di controllo della domanda – affermano gli studiosi dell’Oms -. Un incremento della tassazione del 10% può, infatti, ridurre del 4% il numero di fumatori nei Paesi a redditi elevati, e fino all’8% in quelli a medio e basso reddito. È, inoltre, dimostrato che tasse più alte sono efficaci non solo nel ridurre il consumo di sigarette, ma anche come deterrente nel limitare il fenomeno tra giovani nuovi fumatori, più sensibili agli aumenti di prezzo – sottolineano gli studiosi dell’Onu -. L’incremento del 50% delle accise sul tabacco, per esempio, ha già generato per le casse di 22 Paesi a basso reddito un introito addizionale di poco più di 1,4 miliardi di dollari. Attualmente, però – lamenta l’Oms – solo l’8% della popolazione mondiale vive in Paesi con tasse contro il fumo sufficientemente elevate”.

Le compagnie del tabacco continuano, intanto, a spendere ogni anno decine di miliardi di dollari per le sponsorizzazioni. “Un terzo dei giovani che sperimentano il fumo per la prima volta lo fanno proprio a seguito di campagne pubblicitarie dirette o indirette – denunciano gli esperti dell’Oms, che invitano a eliminarle in tutti i settori in cui sono ancora utilizzate -. Restrizioni e divieti delle promozioni delle bionde possono ridurne il consumo in media del 7%, in alcuni casi anche del doppio. Ancora, però, solo 24 Paesi, il 10% della popolazione mondiale, hanno bandito ogni forma di pubblicità e sponsorizzazione. Il rischio di queste campagne – concludono gli esperti – è normalizzare il fumo, facendo in modo che appaia come qualunque altro prodotto di consumo e contribuendo, così, a renderne l’uso socialmente accettabile”.