Sono trascorsi appena mille giorni dal suo insediamento, ma la Corte suprema thailandese ha stabilito che la premier Yingluck Shinawatra – da mesi con un incarico a interim – si dovrà dimettere per abuso di potere. È la terza volta la Corte costituzionale interviene contro i premier thailandesi. Era già successo in due occasioni nel 2008 ed entrambe le volte a dimettersi furono due primi ministri vicini a Thaksin. Il politico e imprenditore Thaksin Shinawatra, fratello dell’attuale premier, fu a sua volta deposto nel 2006 da un colpo di stato. E oggi è in esilio inseguito da una condanna in contumacia per corruzione, fu infatti ritenuto colpevole di aver approfittato del suo ruolo politico per arricchirsi personalmente.

In teoria l’attuale governo, o ciò che ne rimane, dovrebbe restare in carica fino alla nomina di un nuovo esecutivo. La guida ad interim è stata affidata al vicepremier e ministro per il Commercio, Niwattumrong Boonsongpaisan, almeno fino al 20 luglio, quando il paese andrà nuovamente alle urne. Il voto di febbraio era stato dichiarato illegittimo perché in alcune aree del paese i seggi erano di fatto irraggiungibili a causa delle proteste.

Yingluck Shinawatra è il bersaglio delle manifestazioni delle opposizioni almeno da novembre scorso. Si chiedono le sue dimissioni a favore di un non meglio precisato comitato del popolo. Ma alla fine a scalzare la premier è stata l’accusa di aver trasferito indebitamente l’ex capo della sicurezza nazionale, nominato dal precedente governo e considerato vicino all’attuale opposizione.

La premier continua a professarsi innocente. Per la Corte non avrebbe tuttavia motivato adeguatamente il trasferimento dell’alto funzionario. Assieme a lei, prima donna thailandese a ricoprire l’incarico di premier, sono stati costretti a dimettersi anche altri nove componenti del governo ad interim di Bangkok, già membri dell’esecutivo che nel 2011 decise di rimuovere Thawil Pliensri dalla segreteria del consiglio per la sicurezza.

La decisione della Corte rischia tuttavia di gettare benzina sul fuoco delle tensioni in un paese politicamente polarizzato tra i sostenitori del clan Shinawatra, che ha il sostegno delle aree rurali e delle classi più svantaggiate, e quelli dell’opposizione, in gran parte esponenti della classe media urbana e dei sostenitori a oltranza della monarchia.

Occorre ora capire cosa succederà a luglio. Il Phue Thai, il partito degli Shinawatra, dovrebbe nuovamente imporsi, forte del sostegno di cui gode nelle regione del nord, nelle aree rurali e tra le fasce più povere della popolazione o comunque tra quelle che cercano di emergere e trovare rappresentanza.

Sebbene abbia in parte ottenuto ciò che voleva il Partito democratico continua a vedere il rischio del perdurare della crisi politica. Per la principale forza dell’opposizione occorre riformare il sistema politico precondizione per andare nuovamente al voto, come ha spiegato, citato dalla Bbc, il numero due Kiat Sittheeamamron. I sostenitori del clan Shinawatra gridano invece all’ennesimo golpe. Per il 10 maggio le cosiddette camicie rosse avevano già annunciato una manifestazione. Lo scontro torna in piazza e le dimensioni della protesta, era stato detto, saranno legate a doppio filo alla decisione dei giudici costituzionali, che per sicurezza non torneranno al lavoro prima del 13 maggio.

Di Sebastiano Carboni