Il re dell’acciaio è morto. Emilio Riva, il padrone della siderurgia italiana è stato ucciso da un tumore all’età di 88 anni. Imprenditore spregiudicato e pregiudicato, il patron dell’Ilva ha trascorso gli ultimi mesi della sua vita tra gli arresti domiciliari e le cure in una struttura lombarda. “Abbiamo perso un grande imprenditore – ha scritto in un messaggio alla famiglia il presidente di Federacciaio Antonio Gozzi – un vero capitano d’industria, e non lo dico per dovere istituzionale, ma per il dovere morale di riconoscenza che, come operatore del settore, e, consentitemi di dirlo, come italiano, sento di dover esprimere nei suoi confronti”. Ma chi era Emilio Riva?

L’acquisto dell’Ilva e la palazzina Laf
Nel 1995 Riva acquista dall’Iri l’acciaieria al costo di 1460 miliardi di lire e in breve tempo – come spiega Gianni Dragoni nel suo libro Ilva. Il padrone delle ferriere – triplica la produzione e quadruplica il giro d’affari a circa 11.500 miliardi. Riduce l’organico e coloro che non accettano le condizioni del nuovo “sistema Riva” pagano un prezzo altissimo caro. Il “ragioniere”, infatti, confina in un capannone vuoto i dipendenti che non accettano un nuovo contratto con stipendio invariato, ma con un declassamento lavorativo. Perché impiegati, capi squadra e tecnici specializzati erano più utili come operai. Nella palazzina Laf – come si chiamava il “lager” dove venivano trasferiti i disobbedienti – all’arrivo della procura della Repubblica e degli ispettori del lavoro saranno oltre 70. Pagati per non far nulla. Per mesi. E’ il più grande caso di mobbing della storia repubblicana italiana per settimane e in alcuni casi mesi. Senza far nulla. Nella sentenza di primo grado, confermata in appello e cassazione, il giudice scrive che la proprietà aveva “voluto riscrivere la storia e la Costituzione” italiana e “mettere in discussione alcuni capisaldi del nostro ordinamento in materia di diritto del lavoro, riscrivere i rapporti fra datori e prestatori di lavoro, rispetto alla loro evoluzione nel tempo”.

L’inchiesta ‘Ambiente svenduto’
Il sistema Riva, però, garantisce utili da capogiro. Nel 1995, secondo Dragoni, il bilancio del gruppo industriale passa da un utile netto di 112 a 1842 miliardi di lire. Per i magistrati di Taranto, però, le casse di Riva Fire, la cassaforte di famiglia, si arricchiscono grazie al mancato ammodernamento degli impianti che, alla luce degli anni e dell’obsolescenza, generano malattia e morte attraverso le emissioni nocive. Il capo della famiglia industriale dal 26 luglio 2012 diventa famoso più per i danni che la sua azienda avrebbe arrecati ai tarantini che per i risultati raggiunti negli alla guida della multinazionale dell’acciaio. A luglio viene arrestato per disastro ambientale, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, avvelenamento di sostanze alimentari. A novembre, qualche mese più tardi, la procura guidata da Franco Sebastio, alza ancora di più il tiro contestandogli di essere al vertice di un’associazione a delinquere di cui fanno parte anche i figli Fabio e Nicola. Un’organizzazione criminale che, secondo l’accusa, ha lavorato nell’ombra grazie alla complicità di politici locali e nazionale, sindacati compiacenti e silenziosi e una rete di informatori e simpatizzanti perché l’Ilva fosse immune da provvedimenti legislativi che la costringessero a ridurre la produzione.

Il futuro dell’Ilva
La notizia della morte di Emilio Riva giunge poche ore prima di un incontro delicato tra i sindacati e il commissario straordinario Enrico Bondi che, dopo la nomina del Governo, guida la fabbrica nel suo momento forse più tragico. Perché il futuro dell’acciaieria di Taranto è particolarmente buio. Nei giorni scorsi, alcuni quotidiani locali avevano denunciato il rischio per i prossimi stipendi dei dipendenti, ma ciò che spaventa di più è l’assenza di fondi per per avviare il risanamento imposto dall’autorizzazione integrata ambientale. La morte di Emilio Riva, inoltre, determina la fine non solo di un capitolo della storia industriale dell’Italia, ma probabilmente anche della vocazione industriale di una famiglia di imprenditori nella quale il “vecchio”, nonostante l’età e gli incarichi ufficiali, continuava a stare al timone a dettare ordini.