Taglio di altri 50 lavoratori, oppure peggiori condizioni contrattuali per tutti i 500 dipendenti. È questo l’aut aut a cui i vertici di Intesa San Paolo hanno messo di fronte gli impiegati di Banca Monte Parma. Il gruppo che nel 2011 ha rilevato lo storico istituto cittadino si prepara di nuovo a ridurre l’organico della sede parmigiana, che negli ultimi due anni è già diminuito di cento unità. Per questo i sindacati, di fronte alla richiesta di ulteriori tagli, sono insorti e hanno indetto uno sciopero per venerdì 18, il giorno prima delle festività pasquali. I lavoratori hanno risposto all’unanimità all’appello delle sigle Fisac Cgil, Fiba Cisl, Uilca e Fabi e hanno sfilato in corteo per le vie del centro storico, per poi assediare con striscioni e fischietti Palazzo Sanvitale, sede dell’ex banca cittadina. “Siamo di fronte a un ricatto e dal gruppo Intesa San Paolo non c’è alcuna apertura – spiega Stefano Fornari di Fisac Cgil – Abbiamo fatto proposte ragionevoli, con altre possibilità di contenimento costi, ma i vertici hanno rifiutato ogni trattativa”.

In ballo non ci sono solo altri 50 posti di lavoro in bilico. A pesare sulle spalle dei lavoratori sono anche gli ultimi due anni di sacrifici seguiti all’acquisizione da parte di Intesa San Paolo. Prima i 100 esuberi e il taglio del 30 per cento delle retribuzioni a cui si sono sottoposti tutti i dipendenti con un accordo sindacale del 2012. E poi di nuovo altri sacrifici che vengono chiesti, quasi imposti, a distanza di altri due anni. “I vertici non hanno rispettato l’accordo che avevamo fatto – continua Fornari – eppure Banca Monte quest’anno chiuderà in attivo anche grazie a tutti i nostri sforzi. Abbiamo sempre lavorato, abbiamo rispettato i patti, ma anche questo non è bastato”.

Secondo l’accordo, dopo i due anni di ristrettezze e di taglio alle spese, i lavoratori avrebbero dovuto avere garantite le condizioni contrattuali uguali agli altri dipendenti del gruppo. Ma a sorpresa, poche settimane fa, una lettera dei vertici di Intesa San Paolo annunciava invece una “disapplicazione retributiva”, ossia la cancellazione di un livello contrattuale. In pratica, per i dipendenti di Banca Monte Parma, rimarrebbe valido solo il contratto nazionale, senza il trattamento aziendale in aggiunta, come invece ha il resto del personale del gruppo, che conta oltre 90mila persone. “Questo per noi significa un danno economico e di dignità – aggiunge Fornari – E’ un’operazione che colpisce noi su tutto il resto del gruppo, ma che potrebbe rappresentare un precedente anche per altre realtà come la nostra, in un momento delicato in cui la categoria sta rinnovando il contratto nazionale”.

Quello che è certo è che i lavoratori non cederanno con facilità a questa nuova pretesa dei vertici, che secondo i sindacati è immotivata e potrebbe essere rivista con trattative che non comportino necessariamente la ricaduta dei tagli solo sui lavoratori. Per questo le sigle hanno annunciato che non si fermeranno qui. Dopo la chiusura forzata per i quattro giorni di Pasqua con lo sciopero, sono previste altre azioni di protesta e il ricorso a iniziative legali per raggiungere un nuovo accordo. “Nel gruppo – conclude Fornari – ci sono quattro o cinque top manager che costano come tutti i dipendenti di Banca Monte. Noi siamo rimasti in meno di 500 e abbiamo grandi difficoltà a tenere aperte tutte le filiali. Se faranno ulteriori tagli, la situazione sarà insostenibile”.