Discriminazione di genere al contrario. Un gruppo di oltre venti dipendenti maschi dell’Università del Galles-Trinity St David ha vinto un ricorso al tribunale del lavoro riuscendo a portare a casa 500mila sterline di risarcimento. Somma da dividere in 23 lavoratori e che rappresenta il risultato della prima causa di questo tipo nel Regno Unito. Perché, in un Paese dove pochi mesi fa il governo ha trionfalmente celebrato “la fine della diseguaglianza sul lavoro fra uomo e donna”, ora sono gli uomini a sentirsi discriminati rispetto alle donne. Soprattutto in certi ambienti di lavoro, come quelli accademici, dove la componente femminile è riuscita a sopravanzare rispetto a quella maschile.

L’Università del Galles all’inizio si era difesa dicendo che “la differenza di paga per gli uomini rispetto alle donne dello stesso livello è dovuta ai nuovi contratti di lavoro che sono stati loro offerti”. La crescente precarietà nel Regno Unito – anche se il termine “precario” al di qua della Manica è praticamente sconosciuto – significa quindi anche questo: e cioè che a volte a rimetterci sono gli uomini rispetto alle donne e non, come avviene in gran parte del mondo, il contrario.

I lavoratori, impiegati soprattutto nel sociale e nel settore economico, si sono detti contenti, nonostante all’inizio avessero chiesto oltre 700mila sterline per “discriminazione di genere”. Questo perché, hanno detto gli uomini che hanno fatto causa, “spesso prendevamo meno delle segretarie, per fare lavori più qualificati”. Così il Regno Unito – Paese dove, oltre all’aristocrazia e a quello che ne consegue, esistono ancora club per soli uomini vietati alle donne – si fa capofila anche in quello che sembra essere uno dei nuovi fronti delle rivendicazioni sociali: quello degli uomini che si sentono messi da parte e prevaricati dalle colleghe donne. Grazie al successo della causa, questi 23 lavoratori potranno dividersi fra loro la somma, venendo rimborsati anche per le spese legali. Impiegati inizialmente dalla Swansea Metropolitan University, erano poi stati inglobati dalla nuova università. E di qui, appunto, il nuovo contratto ritenuto ora dal giudice “discriminatorio”. Certo, ci sono voluti sette anni per giungere a un verdetto, fra le lamentele fra l’altro della parte soccombente, l’Università del Galles, che ha ricondotto la causa del peggioramento del contratto al precedente datore di lavoro. Rimane tuttavia la portata storica del più grande gruppo di uomini che finora ha fatto, nel Regno Unito e in Europa, causa per discriminazione di genere.

Da mesi ormai a livello governativo si preme affinché sempre più donne vengano impiegate nelle dirigenze delle aziende. Il cancelliere dello scacchiere – ministro dell’Economia – George Osborne e il ministro al Business e alle imprese Vince Cable hanno tenuto convegni sul tema, organizzato conferenze, sollecitato manager e gruppi di pressione. Ma è di poche settimane fa, appunto, la notizia della parità di salario con gli uomini per le neolaureate a due anni dall’ottenimento del titolo di studio. Il dato, relativo all’area metropolitana di Londra, ha fatto sobbalzare sulle sedie sindacalisti e gruppi femministi che da anni lottavano per il raggiungimento di questo risultato. Anche se, va detto, a livello dirigenziale la differenza fra presenza delle donne e presenza degli uomini è ancora notevolmente sbilanciata a sfavore delle donne. A guidare il Paese c’è la regina, quindi una donna, è vero. Ma gran parte dei giochi di potere vengono ancora giocati fra “gentlemen” nei club esclusivi di Mayfair e di Kensington. E le donne non possono nemmeno metterci piede.

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