“Il mio tempo da dedicare alla politica finisce qui”. Così ha annunciato la scorsa settimana Philipp Rösler, ex segretario dell’Fdp. Difficile ritirarsi dalla politica e lo è ancor di più per chi, nonostante venga da una cocente sconfitta elettorale (per la prima i liberali non sono entrati in parlamento), è stato a lungo considerato un astro in ascesa. E’ vero, il prossimo futuro lo vedrà Managing Director del World Economic Forum di Ginevra, ma a soli 40 anni Philipp Rösler poteva già vantare sul proprio curriculum esperienze da ministro della sanità, ministro dell’Economia e vicecancelliere del secondo governo Merkel. Non poco, ma Rösler non è mai stato un tipo convenzionale e così la sua uscita di scena non stupisce più di tanto.

Lui che nel 2011 fu eletto segretario dell’ Fdp (Freie Demokratische Partei), la formazione che fino al magro 4,8% elettorale ottenuto lo scorso settembre sedeva più a destra nel Bundestag, tradiva qualsiasi pensiero nazionalista fin dai suoi tratti somatici. Nato in Vietnam, Rösler passò i primi mesi di vita in un orfanotrofio cattolico di Saigon prima di essere adottato da un ufficiale dell’esercito tedesco (vicino, per ideali, all’Spd) e da sua moglie. Arrivato in Germania, iniziò un brillante percorso di studi che lo portò ad ottenere un dottorato in medicina e a lavorare come medico per l’esercito. Nel frattempo il suo attivismo politico (era entrato nell’Fdp a 19 anni) era diventato ben più che una semplice passione. Fu eletto segretario dell’Fdp della Bassa Sassonia a soli 27 anni e a 36 era già ministro della Sanità.

A marzo 2012, quando Angela Merkel si trovò a dovere proporre un nuovo Presidente della Repubblica dopo le doppie dimissioni di Horst Köhler (reo di aver ingenuamente dichiarato che la Germania era in Afghanistan anche per ragioni commerciali) e Christian Wulff (tuttora sotto processo per favori ricevuti da un suo amico imprenditore), Rösler appoggiò socialdemocratici e verdi e appoggiò la candidatura di Joacquim Gauck contro lo stesso parere della cancelliera.

Ad inizio settembre, quando il rischio per i liberali di non entrare in parlamento diventava sempre più grande, Rösler è stato al centro di un piccolo caso mediatico. Durante tutta la sua carriera politica aveva sempre cercato di evitare che le sue origini potessero diventare motivo di discussione. “Mi sento tedesco al 100%” aveva ripetuto in più occasioni. Eppure durante un’intervista con il quotidiano Taz, molte delle domande ricevute hanno riguardato la sua sfera personale e la sua germanità. Lui ha inizialmente risposto, ma poi si è rifiutato di dare la liberatoria. La Taz ha comunque deciso di pubblicare il tutto in maniera davvero ambigua: ha volutamente tralasciato tutti i discorsi politici in senso generale e ha lasciato le domande personali poste a Rösler, seguite da risposte con virgolette e puntini di sospensione. Quindi nessuna risposta. Il risultato? Tutti non fecero che parlare di Rösler, della sua mancata intervista e del suo viso da asiatico. Con buona pace del politically correct.

Twitter: @daddioandrea