È una crisi maturata nel corso dei mesi quella che a Juba, capitale della giovane nazione del Sud Sudan, è sfociata negli ultimi giorni in scontri che hanno fatto almeno 500 morti e 800 feriti, secondo le cifre date dalle Nazioni Unite e anche dal governo, e in accuse di uno sventato colpo di Stato. Riaperto l’aeroporto, le rappresentanze straniere procedono con l’evacuazione. Il presidente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, l’ambasciatore francese Gerard Araud, ha fatto sapere inoltre che fino a 20mila persone si sono rifugiate presso la sede dell’Onu a Juba. Il Consiglio, ha sottolineato Araud, ha ricevuto “informazioni incomplete” durante un incontro con Hervé Ladsous, il sotto segretario generale dell’Onu per le operazioni di peacekeeping.

Su quanto sta avvenendo c’è però ancora incertezza. Una componente della vicenda va ricercata nella lotta di potere interna al Movimento per la liberazione popolare del Sudan (SPLM), il partito di governo che ha portato il Paese all’indipendenza. Nell’ufficio politico è in atto da molti mesi uno scontro tra quanti vorrebbero regole interne improntate a una maggiore democrazia e chi, come il capo di Stato, Salva Kiir, punta a mantenere uno stretto controllo. Un confronto che fino a oggi si era mantenuto a livello politico.

Poco chiaro è anche come gli scontri siano iniziati. Sul piano militare si parla di un confronto tra truppe Nuer, ossia dell’etnica di cui fa parte l’ex vicepresidente Riak Machar, rimosso dall’incarico mesi fa, e la guardia presidenziale, in maggioranza Dinka, sostenuta da soldati dello stesso gruppo cui appartiene lo stesso presidente Kiir. Come si legge in un commento della South Sudan News Agency, nei fatti del 14 dicembre, ossia nell’ipotetico fallito colpo di Stato denunciato dal presidente, ciò che conta non è tanto ciò che si sa, ma ciò che ancora non è stato detto. Secondo quanto riportato da Hannah McNeish su al Jazeera, un esperto di sicurezza vicino all’esercito ha liquidato l’ipotesi del tentato golpe, spiegando che tutto avrebbe avuto inizio per rumors e notizie di arresti eseguiti in risposta a prese di posizione critiche nei confronti di Kiir e del suo stile di governo giudicato autoritario.

Le divisioni interne all’esercito sono pertanto un riflesso di quelle politiche, in un paese in cui non manca chi contesta l’influenza dei Dinka. Perciò, continua l’esperto citato dalla televisione qatariota, il rischio è che i combattimenti prendano un carattere settario. “Ciò che è veramente pericoloso è la carenza di un controllo reale, soprattutto se gli scontri dovessero diffondersi nelle aree periferiche”, aggiunge. Dal canto suo Machar, dalla località segreta in cui si è rifugiato, ha spiegato alla Bbc di non aver ordito alcun colpo di Stato e ha rivolto al suo rivale l’accusa di fomentare la violenza e le tensioni etniche.

Con i primi scontri segnalati anche fuori dalla capitale, nello stato rurale del Jonglei, è ancora difficile prevedere se la situazione possa degenerare in un conflitto più ampio quando sono trascorsi appena due anni dall’indipendenza dal Sudan, arrivata con un referendum dopo vent’anni di guerra civile. Come ha spiegato Irene Panozzo, consigliera politica per il Sud Sudan del rappresentante speciale dell’Unione europea per il Corno d’Africa e studiosa della regione, in un’intervista alla Radio Svizzera Italiana, dopo anni di conflitto le armi sono spesso viste come la soluzione più semplice. Soprattutto in un Paese, ricco di risorse naturali, ma carente di infrastrutture e poco sviluppo, con istituzioni fragili che, ad esempio per la mancanza di strade, hanno difficoltà a controllare un territorio grande due volte l’Italia e a far sentire la presenza dello Stato. 

di Andrea Pira

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