Il rischio dell’amnistia è che ci si accontenti del calo della popolazione carceraria e ci si fermi lì, senza pensare a umanizzare il carcere, a ridare dignità e umanità alle persone”. Per Pietro Buffa, provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria Emilia Romagna, nel 2013 la sfida più grande per il sistema penitenziario in Italia rimane ancora quella della rieducazione del condannato. Un principio riconosciuto dall’articolo 27 della Costituzione, che non sempre però negli istituti del nostro Paese riesce ad essere applicato a causa delle carenze che presenta il sistema delle carceri. “Oggi solo il 25 per cento dei detenuti riescono ad accedere alle misure alternative alla pena” ha spiegato Buffa, ospite a Parma di un dibattito organizzato dall’Unione degli universitari, da cooperativa Sirio e dalla Rete volontari carceri di Parma sulla situazione degli istituti penitenziari in Italia.

La questione si trascina da anni e oggi, di fronte a nuove ipotesi di indulto e amnistia da parte del Governo, a problemi di sovraffollamento, tagli alle risorse, organico insufficiente, il percorso da seguire per “un’umanizzazione del carcere” rimane ancora incerto. Come ha ricordato la direttrice dell’istituto penitenziario di Parma Anna Albano, ci sono carenze strutturali a fronte delle 68mila persone rinchiuse nelle strutture. In più, sull’Italia grava una condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo per il sovraffollamento degli istituti, che impone al Paese di apportare dei miglioramenti per non incorrere in una sanzione. Ma il provveditore Buffa mette in guardia rispetto a provvedimenti “svuota carceri” fini a se stessi: “Non è tanto un problema di strutture e di metri quadrati – spiega Buffa – perché è la relazione umana che trasforma uno spazio in un luogo. Il rischio invece è che ci si fermi all’amnistia e al calo dei detenuti, senza invece pensare a come fare ripartire una relazione umana all’interno degli istituti penitenziari”.

Un percorso reso ancora più problematico dall’alta percentuale di stranieri all’interno delle carceri, che dagli anni Novanta ad oggi sono passati dal 2 al 70 per cento sul totale di detenuti. “La metà dei detenuti è finita in cella per la legge Bossi-Fini” ha sottolineato Vincenzo Scalia, responsabile regionale dell’associazione Antigone che ogni anno redige un rapporto sullo stato delle carceri italiane. “Ogni estate alla Dozza di Bologna i detenuti da 480 diventano oltre mille per le retate in Riviera, ma il personale e gli spazi sono omologati per altri numeri”. Come se non bastasse, le risorse statali per gli istituti penitenziari scarseggiano e alcuni di essi non riescono a pagare le utenze di luce e gas, e perfino quelle per l’acquisto di carta igienica. “Come si possono creare nuovi posti per detenuti se ci sono carceri che non riescono a pagare le bollette? – ha continuato Scalia, intervenuto al confronto insieme ad Alberto Cadoppi, ordinario di Giurisprudenza dell’Università di Parma – Solo dove il tessuto sociale è forte, grazie ad associazioni e a volontari, è possibile un percorso di rieducazione”.

Tra le esperienze di lavoro con gli istituti penitenziari, a Parma quella della cooperativa Sirio ha una storia di quasi trent’anni, cominciata insieme al suo ispiratore Mario Tommasini, che voleva ridare dignità alle persone rinchiuse dietro le sbarre con l’idea di riscattare quello che sembrava “perso per sempre”. Lo ha spiegato la presidente della cooperativa Patrizia Bonardi, raccontando il cammino per aiutare tanti detenuti a riaccreditarsi di fronte alla cittadinanza. Un modello positivo che però “è solo un punto di partenza per un progetto globale sulla persona”.

Anche alla luce di questo, secondo il provveditore Buffa il sistema delle carceri si trova di fronte alla necessità di un cambiamento, sulla scia delle trasformazioni subite dalla nostra società negli ultimi anni. Basti pensare che dentro agli istituti si vive in anticipo quello che si vivrà fuori tra una decina di anni, dall’alta percentuale di disoccupazione alla malattia mentale. “La crisi economica rende sempre più difficile gestire le carceri – ha concluso il provveditore – Abbiamo una grande responsabilità come Amministrazione e molti sforzi devono essere ancora fatti, non solo sui numeri, ma soprattutto sul fronte delle relazioni. Un cambiamento però è possibile”.