Un miliardo e 277 milioni di euro. E’ il tesoro nero di Silvio Berlusconi, i fondi occulti scovati in vent’anni di indagini giudiziarie sulla Fininvest. Una montagna di soldi, altro che i 7 milioni e 300mila euro per i quali l’ex presidente del Consiglio è stato condannato definitivamente per frode fiscale, e sui quali i suoi fedelissimi spesso ironizzano per mettere in ridicolo la sentenza sui diritti tv che porterà, con ogni probabilità, alla decadenza di Berlusconi da senatore. Un miliardo e 200 milioni di cui danno conto, cifra per cifra, documento per documento, i giornalisti Paolo Biondani e Carlo Porcedda nel libro “Il Cavaliere Nero. Il tesoro nascosto di Silvio Berlusconi”, appena pubblicato da Chiarelettere. E se quella cifra-mostro alla fine si è ridotta a soli sette milioni, spiegano gli autori, è perché sono il corpo del reato dell’unico pezzo del processo Mediaset che è riuscito a sopravvivere alla legge ex Cirielli, approvata nel 2005 dai parlamentari guidati da Berlusconi medesimo, che ha dimezzato i termini di prescrizione dei reati. Ma in tutti i gradi di giudizio le sentenze definiscono «colossale» la massa di denaro nero che si è riversata sulle società offshore gestite dal gruppo Fininvest e risultate «di proprietà personale di Berlusconi». 

Paolo Biondani è un giornalista giudiziario dell’Espresso, che segue i processi del Cavaliere fin dalle prime inchieste dei tempi di Mani pulite. Carlo Porcedda, già cronista politico dell’Ansa, è un giornalista d’inchiesta (suoi diversi approfondimenti sull’uranio impoverito in Sardegna pubblicati da ilfattoquotidiano.it). Il loro libro ricostruisce passo per passo l’accumulazione del  tesoro segreto di Silvio Berlusconi, e offre ai lettori decine di documenti tratti dagli atti giudiziari, che comprovano le accuse. Dal lontano affare All Iberian-Craxi, passando per il caso Mondadori, fino appunto al processo sui diritti tv risultato fatale alla fedina penale del leader del centrodestra. 

Naturalmente il libro entra nel merito del rapporto tra Berlusconi e Frank Agrama, l’imprenditore del cinema con base a Los Angeles condannato a tre anni nel processo Mediaset, come «intermediario fittizio», che incassava il nero e lo spartiva con Berlusconi. Berlusconi lo ha citato nella conferenza stampa in cui ha annunciato “12 nuovi testimoni” che possono portare “alla revisione del processo”. Nel solo quinquennio 1994-98, ricostruiscono Biondani e Porcedda, il Cavaliere e l’amico americano si sono divisi almeno 135 milioni di dollari. Di tutti questi fondi neri, nessuna autorità italiana è mai riuscita a sequestrare un solo centesimo. 

Per gentile concessione della casa editrice Chiarelettere pubblichiamo il paragrafo “Frank Agrama, l’intoccabile”

Frank Agrama, come si lascia scappare lui stesso in una lettera d’affari, è «un agente»: un rappresentante del gruppo italiano nei rapporti con la Paramount. Fatto confermato indirettamente dalla stessa Mediaset in occasione della quotazione in Borsa, quando informa i mercati di avere rapporti «diretti» con quel colosso del cinema di Hollywood. Eppure Agrama, con le sue dubbie società di «intermediazione», realizza margini di profitto astronomici, spesso del 200 per cento. Dalla fine degli anni Ottanta al 1998 incassa profitti netti per ben 170 milioni di dollari. Ogni tre dollari spesi da Mediaset per comprare pellicole con l’etichetta Paramount, uno finisce in tasca a lui. Una follia.

Ma chi è davvero Frank Agrama, che le sentenze del processo Mediaset indicano come «socio occulto» di Berlusconi? A farne il ritratto più completo, poi confermato da molte altre fonti, è il produttore italiano Alfredo Cuomo. Interrogato nel 2003, quando l’inchiesta Mediaset è ancora agli inizi, Cuomo è prodigo di particolari, almeno finché si tratta di parlare degli altri. Rivela che Agrama ha cominciato la sua avventura nel cinema a Roma, alla fine degli anni Settanta, quando lavorava come rappresentante di una piccola società di distribuzione statunitense. Cuomo lo rivede qualche anno dopo a Los Angeles, mentre cerca nuovi contatti con i produttori americani. È allora che Agrama fa il salto di qualità e diventa di fatto il distributore esclusivo della Paramount in Italia, soffiando il posto a un italiano, Vittorio Balini, ex bagnino di Ostia, capostipite di una famiglia che poi ha fatto fortuna tra discoteche e porti. In quegli anni, mentre in Italia le tv private erano appena nate, Cuomo ricorda di aver visto parecchie volte Agrama insieme a Lorenzano e ai top manager della Paramount, Bruce Gordon e Peter Cary.

E non nasconde ai magistrati cosa si diceva, negli ambienti cinematografici, della fulminante carriera di Agrama e delle rapidissime fortune della sua società, la Harmony Gold di Sunset Boulevard, Los Angeles. «Quello che pensavamo era che ci fosse un accordo tra Lorenzano, Agrama, Gordon e Cary in base al quale si spartivano dei fondi neri creati proprio sulle intermediazioni dei diritti. Ma quello che ci lasciava perplessi era la posizione di Carlo Bernasconi, perché lui è sempre stato un uomo di grande onestà. Noi escludevamo che lui potesse essere parte di un accordo simile. Io ci tengo a dire che l’ho conosciuto personalmente, ed era un uomo assolutamente trasparente e fedele, e il mio apprezzamento era condiviso da molti altri. Sapendo che Carlo Bernasconi non poteva non rendersi conto di quello che stava succedendo, pensavamo che fosse costretto a tollerare la situazione. Abbiamo pensato che se Bernasconi ne avesse avuto la possibilità, avrebbe anche cacciato Lorenzano dal gruppo» spiega Cuomo. A un operatore del settore come lui, insomma, risulta «incomprensibile» il motivo per cui «Bernasconi tollerasse una simile situazione, che andava avanti sin dall’inizio dei rapporti con Paramount».

Un dirigente della Fininvest, sentito dai magistrati, racconta di aver sollevato il problema proprio con Carlo Bernasconi, sentendosi rispondere che «era impossibile scavalcare Agrama, in quanto socio occulto di Bruce Gordon». Anche Roberto Pace, un manager di Mediatrade che per diversi anni si è occupato degli acquisti dei diritti sui film americani, conferma che Agrama era considerato «un intermediario necessario e ineludibile»: un personaggio che «era imprudente tentare di scavalcare». Pace, per scelte aziendali, ha cercato di tagliare le mediazioni di Agrama e trattare direttamente con i grandi produttori statunitensi. E ricorda «un discorso molto aspro» che gli ha fatto quello strano mediatore nei primi mesi del 1999, mentre era negli Stati Uniti per lavoro insieme a Lorenzano. «Agrama mi disse che forse io non avevo capito “chi era lui e che tipo di rapporti aveva lui con la famiglia”. Era molto arrogante e sicuro del fatto suo. E voleva che gli venissero garantiti per il futuro gli stessi volumi del passato, cioè almeno 40 milioni di dollari l’anno.» Ancora Pace: «Io continuai a essere piuttosto riluttante e gli feci presente che c’era anche un problema di budget… Tornato a Milano, quasi subito ricevetti la visita di Lorenzano. Quest’ultimo già in più occasioni mi aveva fatto capire che “Agrama era amico del Gruppo” e che era inopportuno questo atteggiamento di chiusura nei suoi confronti. Nel corso di quest’ultima visita però Lorenzano fu molto più diretto e mi disse che “aveva parlato col Dottore”, che questa situazione con Agrama era insostenibile e bisognava venire incontro alle sue richieste. Io continuai a manifestargli la mia contrarietà, in quanto il prodotto di Agrama era scadente e le nostre disponibilità finanziarie erano limitate. Fu in quell’occasione che Lorenzano mi chiarì che non dovevamo necessariamente comprare il prodotto che Agrama in quel momento poteva offrirci, ma potevamo individuare altri prodotti televisivi sul mercato americano: l’unica cosa importante era che li acquistassimo tramite Agrama».

Dunque, Agrama è un intoccabile che va pagato sempre e comunque, qualsiasi film voglia comprare Mediaset. E questo ruolo non è imposto dalla Paramount, che ha cambiato manager già dal 1993. Agrama lo vuole «la famiglia», lo impone «il Dottore». Il manager italiano ricorda anche come era finito quello scontro su Agrama. Il titolare della Harmony Gold chiede e ottiene un incontro direttamente con l’avvocato Aldo Bonomo, allora presidente della Fininvest. Alla riunione partecipa anche Pace, allibito testimone di un chiarimento che assume i contorni di un ricatto. «Andai all’incontro in Fininvest. Agrama era già a colloquio con Bonomo. Nel corso dell’incontro Bonomo mi chiese di vedere alcuni dati sull’andamento delle forniture di Agrama e mi domandò per quale motivo ci fosse stata una contrazione degli acquisti. Io gli ripetei i soliti concetti sulla scarsità di budget e gli sottolineai che la qualità del prodotto non mi convinceva. A questo punto Agrama si infuriò, tirò fuori dalla borsa un dattiloscritto di pochi fogli e lo diede a Bonomo con aria di sfida, dicendo: “Di queste ne ho mille. E questa riguarda Bernasconi”.» Pace non può leggere quelle carte, ma è chiaro che si tratta di documenti molto compromettenti: «Bonomo rimase molto sconcertato. Lesse con attenzione i pochi fogli, li ripose nel cassetto e disse che non era il caso di agitarsi e che tutti sapevano che Agrama era “uno storico amico del Gruppo”. Aggiunse che era sicuro che io avrei fatto tutto il possibile per accontentarlo e garantirgli i 40 milioni di dollari all’anno di forniture». Non soddisfatto dalle rassicurazioni a parole, Agrama chiede a Bonomo un impegno scritto. Circa una settimana dopo, Pace riceve, per conoscenza, una lettera firmata proprio dal presidente della Fininvest. È indirizzata ad Agrama e contiene, nero su bianco, l’impegno a garantire «per il futuro un volume di affari di 40 milioni di dollari l’anno». Il ricatto ha funzionato. E la persona ricattabile non era certamente l’avvocato Bonomo.

Anni dopo, il 29 ottobre 2003, Agrama torna ad avere problemi di fatturato. A quel punto manda una diffida scritta a Bonomo, ancora presidente della Fininvest, e ad Alfredo Messina, direttore generale. I giudici considerano questa lettera come una «confessione»: è lo stesso Agrama a presentarsi come «socio occulto» di Berlusconi. In quella lettera, mette per iscritto di aver lavorato per le società del gruppo «da oltre trentacinque anni in qualità di rappresentante». Non intermediario esterno: «rappresentante». Conferma che «i corrispettivi per le concessioni vengono trattati e concordati tra gli incaricati di Fininvest e gli Studios»: con gli americani trattano direttamente Lorenzano e Bernasconi, senza bisogno di mediatori. E si sente in grado di aggiungere che il gruppo italiano, tramite lui, «non spende un centesimo di più». Anche se proprio con quella lettera chiede un minimo garantito di 40 milioni di dollari all’anno. Ma allora a chi finiscono i soldi di quell’intoccabile mediatore americano? Se incassa quaranta, come può dire di costare zero? La lettera di Agrama merita di essere riportata testualmente:

Dal 1976, anno in cui ebbe inizio la collaborazione con le Vostre società, ci adoperiamo in qualità di Vostri rappresentanti facilitandovi nell’acquisto di film per tutte le Vostre emittenti (Canale 5, Rete 4 e Italia 1 in Italia, Telecinco in Spagna e per un certo periodo La Cinq in Francia). Abbiamo sempre collaborato con il Dott. Silvio direttamente e anche con il compianto Sig. Carlo Bernasconi. Nel corso di precedenti incontri con Voi avevamo richiesto la sottoscrizione di un contratto con il quale le Vostre emittenti si impegnassero ad acquistare da noi programmi per un minimo di 40 milioni di dollari l’anno […]. Adesso però gli attuali responsabili si dicono all’oscuro del nostro rapporto e di quanto è stato da noi reso possibile per Vostro conto e non tengono fede al nostro accordo. La Vostra società non spende un centesimo di più acquistando per nostro tramite: infatti tutti i corrispettivi per le concessioni vengono trattati e concordati tra i Vostri Incaricati e gli Studios.

Curioso imprenditore, questo Agrama. Non sceglie il prodotto televisivo da vendere poiché lo fa Lorenzano. Quando compra un film, non rischia nulla: è certo che verrà riacquistato da Mediaset. Agrama non anticipa nemmeno i pagamenti ai propri fornitori. E quando accumula debiti, è direttamente a Mediaset che la Paramount si rivolge per avere garanzie del pagamento.