Sono trascorsi mesi e le riforme tanto attese, così prioritarie per il governo Letta, ancora giacciono come lettera morta. Adesso ogni alibi dovrebbe cadere: sta per cominciare la tre giorni in cui la commissione dei saggi – istituita lo scorso 11 giugno con l’incarico di elaborare le proposte di riforma costituzionale del paese – dovrà fare sintesi delle sette sedute plenarie di giugno e luglio, in cui si è discusso di bicameralismo, forma di stato e di governo, legge elettorale. Come già anticipato non senza polemiche, i componenti – chiusi nel Villa Maria Hotel & Congress Center di Francavilla al Mare, in provincia di Chieti – si riuniranno domenica e lunedì, per poi presentare una relazione finale martedì 17 settembre. Proprio mentre, qualche giorno fa, anche la Camera ha approvato il ddl che istituisce un comitato parlamentare di 20 senatori e 20 deputati che lavorerà sulle riforme costituzionali.

Il Fatto Quotidiano.it è entrato in possesso delle bozze di riforma datate luglio scorso ed è in grado di anticipare alcuni orientamenti verso cui s’indirizza il lavoro della commissione. Un punto in particolare sembra non trovare convergenza nell’elaborazione dei politologi: quello relativo al semipresidenzialismo, su cui la commissione appare spaccata.

Chi esprime le più forti riserve è il costituzionalista Valerio Onida, secondo cui l’eccesso di leaderismo partitico, tipicamente italiano, mal si coniugherebbe con la forma alla francese. Il timore del professore è, infatti, che in tal modo verrebbe meno la figura di garanzia, ed equilibrio tra i poteri, dell’attuale carica del Presidente della Repubblica. Ciò lo induce a propendere per l’attuale sistema parlamentare – a suo avviso più equilibrato – con qualche ritocco da attuare: da una disciplina dei poteri del Governo in Parlamento (con corsie preferenziali e tempi certi per il voto finale sulle proposte più importanti) a una più netta preminenza del Primo Ministro nel processo di formazione e nell’attività del Governo, all’esclusione della sfiducia non “costruttiva”, alla previsione dello scioglimento della Camera in caso di assenza di una maggioranza che si esprima in positivo.

Di diverso avviso è il professor Angelo Panebianco: il semipresidenzialismo, infatti, sarebbe la chiave per sbloccare l’esecutivo, conferendogli forza decisionale, purché ad esso siano aggiunti i correttivi che il nostro contesto nazionale esige. Si legge, nel documento riservato, datato 15 luglio: “Ritiene che l’obiezione secondo la quale il semipresidenzialismo è una forma di governo eccezionale, legata al particolare contesto storico francese, possa essere superata, in quanti detto modello non dovrebbe essere importato integralmente, ma con i necessari aggiustamenti. Evidenzia, infatti, come l’importazione tout court del sistema semipresidenziale, senza gli opportuni adeguamenti, possa comportare dei rischi, come quello della coabitazione all’interno della stessa maggioranza. Il Presidente della Repubblica in Francia, infatti è anche capo del partito; ove non fosse così potrebbe verificarsi una forte instabilità del sistema”.

Non ravvisa nessun rischio per la democrazia anche l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini che respinge gli addebiti di chi “ritiene che tale forma di Governo mal si concilierebbe con la costruzione voluta dai padri costituenti”. Secondo l’ex esponente del Pdl, il contesto poltico globale sta attraversando profondi mutamenti e richiede nuove risposte. In quest’ottica, si legge nella bozza, “il semipresidenzialismo rappresenta un elemento di rottura rispetto alle insufficienze politiche dell’attuale sistema, percepite dall’opinione pubblica” e “L’ipotesi semipresidenziale consentirebbe di superare i limiti attuali sul controllo del Parlamento”. La riforma, inoltre, deve essere condivisa dall’opinione pubblica che potrà esprimersi attraverso l’istituto del Referendum. Su un punto dissente con Panebianco: “Il rischio della coabitazione, nella medesima maggioranza, di un capo di partito che scelga il Presidente, facendosi nominare primo Ministro, sottolineando che tali eventualità non potrebbero verificarsi nel nostro Stato, che ha una tradizione democratica lontana dai sistemi meno democratici, quale la Georgia, la Russia e il Montenegro”. C’è inoltre un passaggio importante sul Consiglio Superiore della Magistratura: “In accordo con Violante”, si legge nel testo riservato, “ritiene necessari ulteriori aggiustamenti in relazione ad ulteriori problematicità, come ad esempio l’eventuale rinuncia del Presidente (nel sistema semipresidenziale) alla nomina dei membri del CSM”.

Chi si pone il problema di un eccessivo intervento sulla Costituzione è invece Luciano Violante: per lui l’ipotesi di semipresidenzialismo è “realisticamente difficile da perseguire, poiché comporterebbe la modifica di tutta la seconda parte della Costituzione”: ostacolo che rischierebbe di “bloccare l’intero iter riformatore”.

Concorda Stefano Ceccanti, per cui occorre “individuare un meccanismo che eviti parlamenti senza maggioranza e grandi coalizioni” e opta per una forma di “parlamentarismo razionalizzato” cioè, una struttura in cui i poteri del Governo in Parlamento siano rafforzati rispetto allo stato attuale, senza arrivare a una forma completa di semipresidenzialismo.

Dopo la tre giorni, l’accordo della commissione è che qualora non si trovi una convergenza, saranno comunque presentate tre alternative di merito. Sarà compito del governo, e poi del Parlamento, esprimersi. Eppure il documento non è formalmente vincolante, e il comitato appena costituito dei 20 onorevoli chiamati a lavorare a loro volta a una bozza, ha tutta l’aria di un pretesto per un ulteriore rinvio decisionale.

di Paola Bacchiddu