I tifosi di Alberto Nagel, 48enne amministratore delegato di Mediobanca, dicono che, silenziosamente come gli impone la scuola di Enrico Cuccia, stia rivoluzionando il capitalismo italiano. Gli scettici ricordano il cinico adagio di Mario Missiroli, direttore del Corriere della Sera negli anni 50, secondo cui in Italia nessuna rivoluzione è possibile perché “ci conosciamo tutti”. Siccome stiamo parlando del cosiddetto capitalismo di relazione, la diagnosi appare attualissima e azzeccata. E spinge i suddetti scettici a vaticinare per Nagel un possibile siluramento da parte degli sgretolati capitalisti senza capitali che comandano su Mediobanca.

Gli ottimisti, si fa per dire, obiettano che quella stanca oligarchia non abbia più la forza di cacciare nessuno. E così aprono la strada al dubbio più sensato: forse il piano di Nagel – riportare Mediobanca alla sua vocazione naturale di banca – è solo la presa d’atto che quel modello è fallito. Nagel quindi non sarebbe tanto un “rottamatore”, quanto un curatore fallimentare. E nella sua “rivoluzione” l’unica cosa certa sarebbe l’implicita autocritica.

Breve riassunto storico
Cuccia fonda la Mediobanca nel 1946 da una costola della Banca Commerciale. All’Italia serve una banca di medio credito che finanzi la ricostruzione dell’industria. Negli stessi mesi un altro padre della patria, Stefano Siglienti, fonda l’Imi che farà proprio la banca di medio credito. Mediobanca, invece, usa i capitali provenienti dalle sue tre banche azioniste (Comit, Credit e Banco di Roma, tutte e tre Iri, cioè pubbliche) per puntellare il potere di dinastie tanto avide quanto aliene da investire i propri capitali: Agnelli, Pirelli, Orlando, Pesenti, Ligresti. Il capolavoro di Cuccia è stato, nel 1986, la privatizzazione di Mediobanca: dopo 40 anni di gestione di una banca di Stato come se fosse di privati, il vecchio banchiere la sfila all’Iri per consegnarla direttamente a quelle dinastie.

Il presepio che Nagel si è trovato a gestire esattamente dieci anni fa, quando non ancora quarantenne ha ereditato la guida operativa dal delfino di Cuccia, Vincenzo Maranghi, vedeva Mediobanca azionista dei propri azionisti più noti, ognuno a puntello dell’altro tramite i mitici patti di sindacato, illegali in tutto il mondo fuorché in Italia.

Nel giugno scorso l’ad ha presentato un piano industriale per il triennio 2014-2016 talmente choccante che il giorno dopo il titolo ha perso in Borsa il 9 per cento. A forza di presidiare gli assetti di potere delle grandi aziende, la banca milanese ha perso miliardi di euro con i cosiddetti “pacchetti strategici” di azioni. Un esempio per tutti è Telco, la multiproprietà con Intesa Sanpaolo, Unicredit e Telefonica che ha rilevato il controllo di Telecom Italia dalla Pirelli di Marco Tronchetti Provera comprando nel 2007 a 2,8 euro l’una azioni che oggi valgono mezzo euro. Nagel – da tempo in guerra contro il numero uno di Telecom Franco Bernabè, che ritiene inadatto al compito – ha deciso di vendere tutto. Un terremoto ad ampio raggio. Basti pensare che oggi Mediobanca vale in Borsa 4 miliardi, ma il suo 13 per cento delle Generali, che ne fa l’azionista di controllo della prima compagnia assicurativa d’Italia, vale da solo 3 miliardi.

Qual è la vera tragedia
I 32 azionisti del patto di sindacato di Mediobanca stando nel “salotto”, fino ad oggi potevano influire anche sugli affari di Generali, di Telecom e di RcsCorriere della Sera, dove peraltro la banca fa parte di un patto di sindacato di 17 membri. Adesso cade tutto. Alle litigiose (e interessate) gestioni condominiali Nagel vuole sostituire una normale logica di mercato. Dopo aver fatto fuori Cesare Geronzi dalla presidenza delle Generali, Mediobanca ha silurato anche l’amministratore delegato Giovanni Perissinotto, espressione del vecchio mondo, per sostituirlo con Mario Greco. E Greco ha subito detto basta ai furbetti del capitale, dando come primo segnale, anche lui, l’uscita da Rcs.

Dalle partecipazioni incrociate ai risultati economici, dall’obiettivo del potere per il potere allo sviluppo delle aziende. Il nuovo credo di Nagel, propugnato con una tale timidezza da insospettire gli scettici, ha messo in allarme i tradizionalisti. John Elkann, per esempio, dopo aver aumentato al 20 per cento la quota Fiat in Rcs, non vuole che Nagel sciolga il patto di sindacato e lo tempesta di visite e telefonate per predicare la “coesione” dell’azionariato. “Come gli ha insegnato il nonno, vuole continuare a comandare con i soldi degli altri, e dire che è il più giovane”, sussurrano negli ovattati corridoi di Mediobanca, dove per la prima volta dopo oltre mezzo secolo il linguaggio si sta facendo più chiaro. Nagel è preso in mezzo tra il giovane Elkann e il vecchio Giovanni Bazoli.

La sua volontà di rendere più normale il capitalismo italiano rischia di risolversi in una semplice risposta al declino di Mediobanca. Perché, ormai, la grande Intesa Sanpaolo, guidata dal giurista bresciano, è solidamente assisa sul trono della “banca di sistema” insieme all’altro gigante, Unicredit. È lei che investe, pesantemente e inspiegabilmente, sui rossi treni in rosso di Montezemolo, è lei, insieme a Unicredit, che si fa carico del puntellamento di Tronchetti in Pirelli, mentre piazza Cordusio condivide con Mediobanca il salvataggio della Fonsai.

Questa partita sarà il punto di svolta
Salvatore Ligresti e i tre figli, agli arresti per il disastro della compagnia assicurativa, si difendono sostenendo di essere stati da sempre “eterodiretti” da Mediobanca , che li ha usati al servizio delle proprie trame di potere. Nagel sta spiegando ai magistrati di Milano e Torino che alla fine i Ligresti riuscivano a fare i loro comodi facendosi forti dell’appartenenza al “salotto”. E quindi, chi ha usato chi? Questo è il grande interrogativo che Nagel consegna come eredità dell’era Cuccia.

da Il Fatto Quotidiano del 7 agosto 2013