Sarà uno degli eventi musicali della stagione: arrivano a Bologna, in tappa unica per l’Italia, gli inventori del rap palestinese, i DAM, un mix travolgente di perfetto hip hop, calore mediterraneo e impegno politico, che da quasi 15 anni sta accompagnando i giovani del Medio Oriente e di tutto il mondo arabo.

Venerdì 19 luglio alle 23, all’interno della rassegna Cuore di Palestina, organizzata dai Teatri di Vita, Mahmoud Jreri, Tamer e Suhell Nafar, i tre cantanti, oramai mito in patria, in Europa e oltreoceano, proporranno i brani dei loro due album Ihdaa (2006) e Dabke on the moon (2012), senza dimenticare la loro hit, il singolo “Who’s the terrorist”, che dal 2001 è stata scaricata da milioni di visitatori del web.

Il gruppo rap palestinese formatosi nel 1999 a Lod, non lontano da Tel Aviv in Israele, è tra le prime band a rappare in arabo, oltre che in inglese ed ebraico. Le loro canzoni e i loro video portano in primo piano le questioni legate al conflitto israelo-palestinese, ma anche emergenze sociali come la droga, la violenza sulle donne.

Da anni sulle scene, i Dam (i fratelli Tamer e Suhell e l’amico di infanzia Mohammed) hanno cominciato giovanissimi alternando nella loro produzione musicale sia aspetti poetici sia tematiche coinvolte più direttamente nella realtà politica e sociale degli arabi di Israele. Del resto la band è considerata una di quelle in cui il messaggio politico non passa inosservato (e anche controverso) e nella loro carriera raccontano di essersi scontrati sia con le ”pressioni dei servizi di sicurezza israeliani” sia con i clerici musulmani e le fasce più retrive palestinesi a cui la loro musica, il rap, non piace perché ritenuto contrario all’Islam.

”Da quando abbiamo iniziato a scrivere musica ­ osserva Tamer ­ ci siamo sempre concentrati sul messaggio di protesta per denunciare le condizioni dei palestinesi sotto occupazione” e per cercare di ”smuovere le coscienze del popolo israeliano” che, a suo giudizio, ”e’ imbevuto di propaganda”. ”Ma abbiamo sempre cercato”, ­ aggiunge ­ “di mostrare il lato umano e non solo quello politico del conflitto”.

Per spiegare il significato del titolo del loro ultimo album, Dabke on the moon, Tamer ricorre all’ultima guerra a Gaza di novembre scorso: ”da una parte ­ dice ­ si scavavano tunnel necessari a far entrare generi di prima necessità e allo stesso tempo negli Stati Uniti si lancia un nuovo programma spaziale per raggiungere la luna”. Per la band, il titolo vuole tracciare un parallelismo ”tra le aspirazioni di libertà del popolo palestinese” di Gaza e quelle americane, ”proiettate verso lo spazio e le stelle.

Dell’album (11 tracce) fa parte ‘Mama I fell in love with a jew‘ (‘Mamma mi sono innamorato di un ebrea’): storia in musica, tra ironia, paradosso e allusioni sessuali, di un colpo di fulmine tra uno dei membri della band e una ragazza ebrea.

Per informazioni sull’intera serata, che prevede attorno alle 21.30 la proiezione dello straordinario film di Elia Suleiman, “Il tempo che ci rimane”: 051.566330, www.teatridivita.it