La giusta difesa della privacy di un’anziana signora? O l’attacco più o meno velato a un sito d’informazione sempre insofferente nei confronti del potere? Il dibattito è aperto a Parigi, dopo la condanna di Mediapart (e anche del settimanale Le Point, che l’ha però accettata senza fiatare) a rimuovere dal sito tutti gli estratti o le trascrizioni delle registrazioni, effettuate in maniera clandestina dal maggiordomo della miliardaria Liliane Bettencourt. Lo scandalo, che è stato ribattezzato “il Watergate francese” dal New York Times, coinvolge anche Sarkozy, con supposti giri di mazzette a favore dell’ex presidente.

Intanto è iniziata la corsa contro il tempo per oscurare tutto quello che riguarda quelle registrazioni, anche tecnicamente una bella impresa: solo per Mediapart, fra articoli e interventi sui blog, si tratta di 896 pezzi, senza considerare i 1.615 commenti online. L’ingiunzione è arrivata dalla corte d’appello di Versailles lo scorso 4 luglio: otto giorni per fare pulizia, entro il 12 luglio sera. Ne va della sopravvivenza del battagliero Mediapart, che rischia una multa di 10mila euro per ogni giorno di ritardo. Da sottolineare: “Alcuni internauti – come segnalato direttamente dal sito nei giorni scorsi -, una volta venuti a conoscenza della sentenza, hanno scaricato tutti gli articoli con le registrazioni del maggiordomo e li hanno spostati su web stranieri, comunque accessibili a tutti”. Che la dice lunga, al di là del merito della decisione della corte, sull’efficienza di una sentenza del genere nell’era di un Internet senza frontiere.

Facciamo un passo indietro. L’affaire Bettencourt ha appassionato per anni i francesi, una storia desolante. La signora, 87 anni e la più ricca di Francia, ha frequenti perdite della memoria, di cui avrebbe approfittato il suo entourage, come il commercialista Patrice de Maistre, Eric Woerth (allora ministro sarkozysta, poi costretto a dimettersi) e lo stesso Sarkozy, che alla villa della signora venne più volte nei mesi che precedettero le elezioni (vittoriose per lui) del 2007. Diciannove persone (le ultime sei il 9 di luglio) sono state già rinviate a giudizio, l’ex Presidente compreso. Ma quelle famigerate intercettazioni del maggiordomo, fedele alla sua padrona e che voleva dimostrare la slealtà di chi la circondava, non lasciano tanti dubbi. Fu Mediapart, appunto, a fare lo scoop nel giugno 2010. Allora de Maistre e madame Bettencourt querelarono il sito e Le Point per violazione della privacy. E da allora la giustizia francese ha avuto qualche difficoltà a prendere una posizione definitiva sul tema.

Già il primo luglio del 2010, il tribunale di primo grado a Parigi rigettò la richiesta dei due di oscurare i contenuti riguardanti le intercettazioni, perché “rilevano il dibattito democratico”, disse il giudice. E poche settimane dopo, in appello, la sentenza venne confermata. La Cassazione, però, nell’ottobre 2011, la rigetta e rinviò il caso alla Corte d’appello di Versailles, che si è ora pronunciata a favore dei due querelanti, perché “l’informazione del pubblico non può legittimare la diffusione, anche attraverso degli estratti, di registrazioni ottenute in violazione del diritto al rispetto della vita privata degli altri”. Non è finita, perché Edwy Plenel, il direttore di Mediapart, ha già deciso di appellarsi di nuovo alla Cassazione. Nel frattempo, però, l’ultima sentenza è esecutiva. Le reazioni all’0scuramento, comunque, sono discordanti: un ampio dibattito è ormai aperto a Parigi. Secondo Pascal Riché, direttore di un alto sito, Rue89, “si tratta di un atto di censura giudiziaria, come di rado se ne sono visti in Francia da anni”. Ma, secondo Emmanuel Derieux, professore di diritto dei media all’università Parigi II-Assas, “un giornalista non ha tutti i diritti. E spetta al giudice decidere se c‘è stato un attentato alla libertà d’espressione”.