Se, sotto la spinta del Movimento 5 Stelle, la rinuncia al rimborso elettorale è ormai una questione di immagine, il finanziamento è invece una vera e propria questione di sopravvivenza per i partiti italiani che guardano alle lobby industriali come una possibile soluzione al problema. Non a caso nell’intricato momento di crisi e di instabilità politica, il governo di Enrico Letta si preoccupa di portare in Consiglio dei Ministri un ddl per l’inquadramento delle attività di lobby.

Il primo passo per garantire trasparenza e serietà al settore, prima di aprire ad una svolta in stile americano con le lobby industriali che finanziano apertamente questo o quel candidato. La questione è “molto delicata” come ha spiegato lo stesso premier, prima di decidere il rinvio del provvedimento di regolazione delle lobby in modo da lasciare il tempo per verificare le altre legislazioni europee in materia. Sembra che all’origine del rinvio ci sia proprio l’articolo del decreto che regola le donazioni alla politica.

I ministri si sarebbero già divisi – riferisce l’agenzia Public Policy –  su un primo punto problematico: l’obbligo per i “decisori pubblici” (ad esempio politici membri del Governo o parlamentari, o rappresentanti degli enti locali) di relazionare annualmente sugli incontri avuti con i lobbisti. In caso di entrata in vigore del ddl, infatti, ogni cittadino avrebbe la possibilità di conoscere gli incontri avvenuti tra i lobbisti e i politici o dirigenti pubblici. 

”Abbiamo dato mandato al ministro Moavero di fare un esame comparato con i principali Paesi europei”, ha poi concluso Letta in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, rimandando, con somma delusione dei lobbisti, la regolamentazione della materia. Eppure il ddl ha l’obiettivo di assicurare “la trasparenza dei processi decisionali pubblici con la regolamentazione organica dell’attività svolta dai gruppi di interesse al fine di influenzare il decisore pubblico”.

Un proposito nobile quello del ddl che, come suggerisce Repubblica del 4 luglio, viene presentato in Consiglio dei ministri subito dopo che Anna Maria Cancellieri denuncia l’attività occulta a danno della giustizia. Ma come è possibile definire i contorni dell’attività di lobby? Secondo il ddl bastano solo undici articoli che prevedono un codice etico e l’istituzione di un elenco di coloro che possono esercitare la professione, con tanto di modalità di ingresso e requisiti di onorabilità, oltre ad una regolamentazione dei rapporti con la pubblica amministrazione in assoluta trasparenza dei contatti via web. Insomma una svolta epocale in relazioni relegate finora alla più totale opacità ispirata “ai principi del pluralismo democratico, della partecipazione attiva, della pubblicità e conoscibilità dei processi decisionali, della trasparenza istituzionale e dell’efficacia funzionale”.