Che Madrid avesse bisogno di una buona carta da presentare al prossimo Consiglio europeo era chiaro a tutti. Bruxelles esigeva una ritocco all’Iva e una riforma più incisiva sul mercato del lavoro (chiesta anche nell’ultimo rapporto dell’Fmi) in cambio di una dilazione di tempo sulla riduzione del deficit pubblico. La Spagna però si era rifiutata.

Insomma, il premier Mariano Rajoy non poteva presentarsi, il 27 e 28 giugno, a mani vuote davanti ai colleghi europei, per questo ha deciso di portare sottobraccio quella che, secondo alcune fonti dell’esecutivo, giustifica un’intera legislatura: l’epocale riforma delle pubblica amministrazione.

Nuova di zecca, approvata in tutta fretta e presentata in tre round dal governo agli spagnoli, il documento (217 proposte in 253 pagine) prevede di tagliare 6,5 miliardi di euro dall’elevato deficit pubblico, con un risparmio di 16,3 miliardi per i cittadini, dovuto all’introduzione di servizi amministrativi elettronici e della fattura informatica, e alla semplificazione di tramiti burocratici. Secondo quanto ha spiegato la vicepremier Soraya Sanz de Santamaria al termine de Consiglio dei ministri, la riforma comporterà un risparmio di 37,7 miliardi di euro, per tutte le amministrazioni pubbliche, pari a una riduzione di 17,5 miliardi nei bilanci dello Stato compresi fra il 2011 e il 2015.

Merito di “una nuova filosofia di cooperazione” fra le amministrazioni centrale, regionali e locali, con la condivisione e la pianificazione di servizi, l’eliminazione dei doppioni amministrativi fra Stato e regioni, la centralizzazione di acquisti di forniture e la soppressione di organismi ed enti pubblici, fra i quali tutti i Difensori del popolo delle comunità autonome, delle Corti dei conti regionali e di 90 osservatori e istituti di opinione. Al bando poi i 4832 conti bancari dello Stato. “Che senso ha comprare separatamente?”, si è chiesto il premier durante la conferenza stampa. La riforma prevede una piattaforma di compravendita centralizzata che controllerà i debiti del settore pubblico.

Il governo ha poi già pronte due liste. Da una parte oltre 15 mila immobili – molti appartenenti al ministero della Difesa – che vuole mettere in vendita, anche se il periodo, a dirla tutta, è molto complicato per fare affari nel settore immobiliare. Dall’altra un lungo elenco di organismi ed enti pubblici che presto verranno chiusi, trasferiti, assorbiti o smetteranno di essere, appunto, pubblici.

Insomma risparmio sì, ma a quale prezzo? Le comunità spagnole, che godono di molta più autonomia rispetto alle regioni italiane, sono già sul piede di guerra: sarà infatti previsto che il Tesoro trattenga alle regioni la quantità di denaro corrispondente al debito accumulato coi loro fornitori, dopo quattro mesi di irregolarità. In parole povere, considerando che la maggior parte delle comunidades hanno le casse vuote, Madrid frenerà sulle finanze destinate e accentrerà su di sé il controllo. Sul piede di guerra anche il Partito socialista iberico che ha accusato come la riforma dell’amministrazione pubblica annunciata dal governo racconti di una riduzione delle istituzioni, ma nasconda “in molte occasioni” la perdita dell’impiego pubblico. Nel documento presentato dal Consiglio dei ministri infatti si legge solo l’espressione “mobilità lavorativa”, senza ulteriori dettagli.

In Spagna in un anno e mezzo sono stati già eliminati 377 mila posti pubblici. E anche se per il governo questa nuova riforma non inciderà sui funzionari, ma sulla burocrazia, i dipendenti temono già licenziamenti di massa e trasferimenti geografici obbligatori. “Siamo totalmente indifesi”, dicono i sindacati in questione. Dal 2010 la pubblica amministrazione ha subito un abbassamento dei salari, un’abolizione delle paghe straordinarie di Natale e una moria di posti di lavoro dopo l’entrata in vigore della riforma sul lavoro. “Bisogna certo razionalizzare l’amministrazione”, ha detto il Psoe, “ma quando il governo parla di ridurre il numero dei comuni e prende una decisione contro i più piccoli, si dimentica che è proprio in questi comuni che i consiglieri non guadagnano nulla”.