Un risparmio fino a 500 milioni di euro in bolletta: i consumatori di elettricità italiani avrebbero potuto goderne già da quest’anno. Sfruttando gli effetti del nuovo dinamismo del mercato del gas per ridurre il peso dei vecchi incentivi statali al Cip6. Invece un atto firmato dall’ex ministro dello Sviluppo Corrado Passera nelle ultime ore di vita del governo tecnico ha stabilito che tutto slitterà (se va bene) almeno di un anno. Il decreto in questione è datato 24 aprile, lo stesso giorno in cui Enrico Letta accettava con riserva l’incarico dal presidente Giorgio Napolitano. Si tratta dell’atto con cui ogni anno il ministero dello Sviluppo economico definisce a conguaglio la remunerazione per le centrali soggette alle convenzioni di cui al provvedimento Cip n. 6 del 1992. Un conto, pagato dalle bollette, che quest’anno sarà più salato del necessario.

Un passo indietro: il Cip6/92 è stato il primo importante meccanismo di incentivazione della produzione elettrica privata in Italia. Due le principali tipologie sussidiate: le fonti rinnovabili e le cosiddette fonti “assimilate” alle rinnovabili, ossia cogenerazione da combustibili derivati da processi industriali come siderurgia, chimica e raffinazione del petrolio e, a certe condizioni, da combustibili fossili. Ha permesso la costruzione di circa 3.000 MegaWatt di impianti verdi e 5.000 MegaWatt assimilati, in una fase in cui in Italia mancava capacità produttiva. Nel contempo però si è rivelato costosissimo, nonché refrattario a ogni tentativo di revisione normativa. L’onere netto in bolletta è arrivato così a pesare 3,5 miliardi di euro all’anno nel 2006, di cui due terzi per le assimilate (spesso assai diverse da quelle energie “verdi” che si volevano incentivare).

Oggi molte convenzioni sono scadute o sono state risolte in anticipo, come nel caso di Edison, uno dei maggiori operatori Cip6. Tra quelle restanti, ormai prossime alle fine, le maggiori sono quelle dei raffinatori come Erg (Garrone) e Saras (Moratti). L’onere in bolletta si aggira oggi intorno a 1 miliardo all’anno. Gli impianti Cip6 percepiscono una remunerazione per kilowatt/ora prodotto legata al tipo di tecnologia e ai cosiddetti “costi evitati”, quelli cioè che l’allora monopolista Enel avrebbe sostenuto se fosse stato esso stesso a costruire l’impianto. Il più importante di essi è il costo evitato di combustibile (Cec): il produttore Cip6 riceve il valore del quantitativo di gas che sarebbe stato necessario a produrre col metano il kWh generato dall’impianto.

Ma come si calcola il valore del gas “non bruciato”? Il punto è qui e con questo si arriva al decreto di Passera. Per il calcolo si usano parametri simili a quelli tradizionalmente usati dall’Autorità per l’energia per il definire i prezzi del gas alle famiglie, basandosi cioè sull’andamento del prezzo del petrolio e derivati. Negli ultimi anni però il mercato gas è cambiato e i prezzi di riferimento sono diventati sempre più quelli dei mercati spot. Tanto che l’Autorità ha deciso che da ottobre i prezzi regolati dipenderanno dai mercati spot anziché dai prezzi del greggio.

Perché allora non adottare lo stesso criterio anche per il costo evitato Cip6? È quanto si è chiesta la stessa authority in una delibera pubblicata a dicembre, in cui suggeriva al ministero dello Sviluppo di cambiare il calcolo del Cec legandolo ai prezzi del mercato del bilanciamento. Così facendo, stimava l’Aeeg, sull’energia Cip6 ceduta nel 2012 si risparmierebbero 500 milioni di oneri in bolletta. Il ministero però ha deciso di mantenere il vecchio criterio di calcolo anche se fuori mercato, per poi eventualmente cambiare nel 2013. A una richiesta di commento, i tecnici del ministero replicano che il Mise ha già in parte tagliato il Cec con un decreto di novembre (che però prevede deroghe). Che i maggiori cambiamenti del mercato sono arrivati solo nel 2012. E che, in generale, “un taglio retroattivo sarebbe stato scorretto: gli operatori avevano già chiuso gli acquisti del combustibile. Dal 2013 arriverà un cambiamento nel senso indicato dall’Autorità, con una fase di transizione”.

Sarà, ma dov’è il problema-retroattività se spesso acquirente e venditore del combustibile sono lo stesso soggetto? Secondo una ricognizione dell’Autorità a novembre, già nell’estate 2011 le industrie acquistavano il gas per l’anno successivo a un prezzo sensibilmente inferiore alle formule legate al greggio: circa 35 centesimi al metro cubo contro i 42 riconosciuti dal decreto Passera. Segno che spazio almeno per un ritocco c’era. Di sicuro gli impianti Cip6 ringraziano. I consumatori no.

Da Il Fatto Quotidiano del 23 maggio 2013