Successe tutto in una volta, nell’arco di pochissimo tempo. Era il 1993 quando fecero il suo nome. Giulio Andreotti, in tanti anni di carriera politica, era stato toccato da numerosi scandali, ma mai venne concessa dalle Camere l’autorizzazione a procedere per nessuna delle 27 volte in cui fu richiesta. Eppure il boss dei due mondi, Tommaso Buscetta, riuscì laddove in tanti decenni tutti fallirono. Riuscì al punto che il 27 ottobre 1993 la procura di Palermo chiese e ottenne l’ok da Roma per indagare il Divo per associazione a delinquere di stampo mafioso, quel reato introdotto nel 1982 con l’articolo articolo 416 bis del codice penale.

I processi per mafia: prescritto per il pre-1980 e assolto per il poi con formula dubitativa. La vicenda giudiziaria che vide accusato il 7 volte presidente del consiglio del ministri per mafia si concluse solo il 15 ottobre 2004. E in molti non ricordano – o fingono di non ricordare – che Andreotti se la cavò per due motivi. Il primo: per tutti i fatti precedenti al 1980 fu riconosciuto colpevole, ma i reati erano caduti in prescrizione. Per ciò che invece accadde dopo quell’anno, l’imputato venne assolto, dicono i giuristi, in forza dell’“articolo 530 del codice di procedura penale, secondo comma”. In sostanza la formula che un tempo si chiamava insufficienza di prove.

In sede processuale, comunque, venne stabilito che Andreotti in Sicilia aveva referenti organici a cosa nostra. A iniziare da quel Salvo Lima che nel 1974 si portò a Roma come sottosegretario al bilancio provocando le dimissioni di un consulente tecnico che era un galantuomo, Paolo Sylos Labini. L’asse con personaggi in odor di mafia era iniziata nel 1968. In quell’anno Andreotti si era reso conto che la sua roccaforte elettorale, in Lazio, non sarebbe stata sufficiente e aveva capito un altro fatto: consolidare la sua corrente, che si chiamava “Primavera”, tanto che dopo il patto siciliano passò dal 2 al 10 per cento dei consensi all’interno della Democrazia Cristiana.

Il balzo, oltre a Lima, comprese anche altri personaggi. Due erano parenti, cugini per la precisione, Nino e Ignazio Salvo. Nell’isola erano conosciuti come gli “esattori” e anche come i “signori 10 per cento” per via della percentuale che si diceva arrivasse loro nella gestione degli appalti. E poi c’era l’uomo del “sacco di Palermo”, Vito Ciancimino, già assessore ai lavori pubblici e poi sindaco, che insieme a Lima aveva gestito il boom edilizio – nella realtà fu una devastazione di cemento e asfalto – concedendo oltre 4 mila licenze andate per la maggior parte a quattro signor nessuno, dei prestanome.

Il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, che lavorò in Sicilia prima di passare alla lotta al terrorismo, aveva ben chiara questa situazione. Tanto che nel 1982, nominato prefetto di Palermo con poteri speciali mai concretizzatisi per mancanza di risorse e uomini e finendo ammazzato il il 3 settembre di quell’anno insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo, scrisse: “L’onorevole Andreotti mi ha chiesto di andare […]. Sono stato molto chiaro e gli ho dato certezza che non avrò riguardi per quell’elettorato a cui attingono i suoi grandi elettori”.

Un entourage come quello di Lima, dei cugini Salvo e di Ciancimino (che fu il primo nella seconda metà degli anni Settanta a lasciare la corrente andreottiana) significava due fatti, confermati anche dall’istruttoria e dalle sentenze di maxi processo di Palermo: essere in collegamento con l’ala “moderata” di cosa nostra rappresentata da Stefano Bontate, ma anche con i corleonesi, che surclassarono la prima. Tanto moderata però quella corrente della mafia non era e quando in Sicilia ci fu una linea all’interno della Dc che voleva un rinnovamento allontanando chi era coinvolto con la criminalità, si passò alle minacce e poi all’omicidio.

Accadde con Piersanti Mattarella, una delle punte di questa linea. Nell’estate del 1979, nel corso di un incontro in Sicilia, venne detto al Divo di ricondurre a più miti consigli il presidente della Regione. Ma dato che non venne placata la sua propensione contro il malaffare, Mattarella fu assassinato il 6 gennaio 1980. Nel corso dei processi si stabilirà che Andreotti – informato dell’organizzazione del delitto e rimasto zitto con tutti, compreso il diretto interessato – la primavera successiva torno sull’isola per avere spiegazioni da Bontate, ma venne preso a male parole e da lì, dicono le sentenze, sarebbe iniziata una progressiva presa di distanza da cosa nostra. E la rottura del patto politica-mafia, così com’era stato fino agli anni Ottanta, fu sancito con l’omicidio di Salvo Lima, avvenuto a Mondello il 12 marzo 1992, e di Ignazio Salvo, assassinato il 17 settembre successivo.

Il delitto Pecorelli: dall’affaire Moro a costante attacco del giornalista contro Andreotti. I rapporti con cosa nostra, che passarono anche attraverso i tentativi di salvataggio di Michele Sindona, riciclatore di denaro sporco sulle grandi piazze internazionali, vennero affrontati anche nell’altra grande vicenda giudiziaria che riguardò Giulio Andreotti: l’accusa di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, avvenuto a Roma il 20 marzo 1979. Per anni le indagini per la morte del direttore di Op languirono tra stranezze, testimoni non sentiti e documenti che si volatizzavano. E quell’evento venne tenuto vivo solo dalla commissione parlamentare e dall’istruttoria sulla loggia P2 di Licio Gelli.

Fino a quando, di nuovo, Buscetta parlò dicendo ai magistrati di Palermo di aver saputo tra il 1980 e il 1982 da Bontate e da Gaetano Badalamenti che Andreotti sarebbe stato il mandante di quel delitto. Incriminato a Roma il 14 aprile 1993, per lui venne chiesta l’autorizzazione a procedere il successivo 9 giugno e il politico fu rinviato a giudizio per il reato di omicidio volontario aggravato. In sostanza si sosteneva che i cugini Salvo avrebbero chiesto a Bontate e Badalamenti aiuto nell’organizzazione il delitto del giornalista che dava fastidio al Divo con i suoi articoli. I due boss a quel punto, sempre secondo l’accusa, avrebbero inviato un loro uomo, Michelangelo La Barbera, che avrebbe agito con Massimo Carminati coinvolgendo nella preparazione a Roma esponenti della banda della Magliana.

In questo caso la vicenda giudiziaria procedette a fase alterne. Se l’inchiesta nacque a Roma, in seguito le carte passarono a Perugia perché, nel frattempo, l’accusa si era estesa anche a un ex magistrato della capitale, il Dc Claudio Vitalone. Andreotti, in primo grado, fu assolto mentre in secondo fu condannato a 24 anni di reclusione. Ma il 30 ottobre 2003 la Cassazione annullò la sentenza d’appello e senza rinvio rese definitiva quella assolutoria per tutti gli imputati. Secondo quando sostenne la suprema corte, le accuse contro Andreotti erano “congetture prive di supporto probatorio” e al massimo si poteva parlare di “consenso presunto” che non costituiva responsabilità penale.

Però nel corso dei vari gradi del processo molto si giocò sull’“interesse” che Andreotti ne avrebbe tratto dall’eliminazione del giornalista. Un interesse che aveva a che fare con una serie di inchieste che Pecorelli svolse sfruttando agganci che andavano dalla politica ai servizi segreti fino alle forze armate. In base a quanto scrisse, Pecorelli raccontò molti scandali che chiamavano in causa il Divo. Italcasse, petroli, Mi.Fo.Biali, finanziamento illecito ai partiti, gli assegni Sir, vicende sindoniane, trame oltre Tevere erano solo alcune delle storie su cui Pecorelli riferiva con impressionante precisione rispetto a risultanze investigative anche successive alla sua morte.

Ma sopra ogni altra vicenda ci fu il delitto Moro, ritenuto il movente più probabile per un delitto a oggi impunito. Nel ricostruire quella storia, Pecorelli aveva dato dettagli molto circostanziati su dinamica, covi, trattative e soprattutto sui memoriali, dimostrando di conoscerli molto meglio rispetto a quanto era stato divulgato ai tempi. In particolare dimostrava di conoscere passaggi di cui si seppe solo dopo il ritrovamento a Milano, in via Monte nevoso, il 9 ottobre 1990. Qui si parlava di Gladio – proprio alla vigilia della relazione che Andreotti doveva presentare in parlamento sulla Stay Behind italiana, come fece tra il 20 e il 23 ottobre 1990 – e il presidente della Dc, dalla prigione del popolo brigatista, scrisse parole al vetriolo formulando condanne per essere stato lasciato morire in nome di una presunta ragione di Stato.