Quattro mesi senza parlare e senza andare di corpo: è la sfida di un bambino raccontata in My Arm di Tim Crouch, in scena al Teatro Diego Fabbri di Forlì venerdì 15 marzo nella messinscena dell’Accademia degli Artefatti, un’esperienza emotiva intensa e una drammatica pioggia di domande sugli spettatori, coinvolti con discrezione dall’interprete in una rappresentazione moltiplicata da video e musiche. A seguire, al Teatro Il Piccolo, Ivo Dimchev in I-on, quasi una gara tra il corpo del performer e la scultura (le opere sono di Franz West).

Il doppio appuntamento in due spazi distinti (con navetta a disposizione del pubblico) è la formula scelta dalla nuova direzione artistica del teatro di Forlì, che dopo decenni di gestione diretta da parte del comune è stato affidato alle cure delle tre formazioni teatrali di primo piano basate in città: in ordine di anzianità di servizio Accademia Perduta, Masque Teatro e Città di Ebla. Come sta andando l’esperimento ce lo racconta il più giovane dei tre direttori, Claudio Angelini, regista di Città di Ebla (gli altri sono Ruggero Sintoni e Roberto Bazzocchi). “Il comune di Forlì ha assegnato la gestione del teatro con un bando nazionale che noi abbiamo vinto con una proposta innovativa in collaborazione. Prima qui c’era una stagione sola, la prosa, pensata soprattutto per gli abbonati, gli spettatori abituali. Ora oltre a quella c’è il contemporaneo, la nuova drammaturgia e la rassegna per le famiglie, cartelloni che si aggiungono alla programmazione di Accademia Perduta al Piccolo, a quella di Masque, al nostro festival”.

Come ha reagito il pubblico di Forlì alla proposta della nuova direzione artistica?

Il numero dei biglietti venduti è raddoppiato e anche sugli abbonamenti abbiamo avuto un leggero aumento, ma soprattutto in città c’è una grande vicinanza nei confronti del nostro progetto, una percezione positiva che è molto importante perché quello che facciamo riguarda tutta la cittadinanza. Ci teniamo molto perché questo è un teatro pubblico, quindi appartiene a tutti, non solo agli abbonati. Ruggero Sintoni – che è il nostro capofila – dice sempre che quando un teatro funziona, funziona sia per chi ci va che per chi non ci va.

Vale anche per la stagione del contemporaneo?

È una stagione di altissimo livello, con artisti vocati alla ricerca e proiettati sulla scena internazionale, ma che non passano in televisione. Anche qui la partecipazione è soddisfacente, metà del pubblico viene da fuori città – come è normale con questo tipo di proposta – l’altra metà è di qui e è un pubblico nuovo che si sta formando.

Il doppio spettacolo in due teatri diversi si inserisce bene in un quadro di nuovi protocolli del teatro, che non è più solo andare, prendere posto, vedere ma diventa un’esperienza plurale e variabile…

La stagione del contemporaneo ha otto titoli come quella della prosa classica, ma sono raggruppati in quattro serate per favorire la partecipazione del pubblico di fuori città. I due spazi sono molto diversi, il Fabbri è un grande teatro all’italiana, il Piccolo è la sede storica di Accademia Perduta. E per spostarsi dall’uno all’altro, grazie allo sforzo dell’amministratore, c’è una navetta.

Forlì sembra in una fase molto dinamica sul fronte dei teatri. Che cosa sta succedendo? 

C’è una fase di grande fibrillazione anche sul fronte degli spazi. Si aprono luoghi nuovi e intorno a questo c’è entusiasmo, ma anche difficoltà. Per esempio, la prossima edizione del nostro festival Ipercorpo, che sarà in maggio, si svolgerà all’ex stazione delle autocorriere, un luogo bellissimo ma con molti problemi perché non è per niente a norma. Nella società civile c’è una dinamica del fare che va assecondata: portiamo idee, non chiediamo soldi. E allora è giusto dare gli spazi a chi ha energie da spendere per farli vivere. Ma poi c’è bisogno di ristrutturare, di mettere in sicurezza, con le amministrazioni che non hanno le risorse per farlo, mentre di questi tempi è molto difficile coinvolgere sostenitori privati. 

Non c’è il rischio che stagione, festival e programmazione delle compagnie nelle loro sedi entrino in concorrenza?

No, sono formati diversi e hanno anche tempi diversi: anzi noi speriamo che il pubblico impari a frequentare le varie programmazioni senza fermarsi a un solo genere, che chi va a vedere il contemporaneo vada anche alla prosa e viceversa.

Dopo My Arm e I-on, in programma il 15 marzo, la rassegna proseguirà con Sarebbe comico se non fosse tragico, basato sugli atti unici di Jean Tardieu interpretati da Virginio Liberti con il gruppo Gogmagog (Teatro Diego Fabbri), seguito da  Pezzo O (due) e Strata.étude, coreografie di Maria Donata D’Urso. Per informazioni e biglietti: Teatro Diego Fabbri, Corso Diaz, 47 – Forlì tel. 0543712167 – 712176 – www.teatrodiegofabbri.it