Per la prima volta una compagnia privata statunitense ha risarcito i detenuti nel famigerato carcere di Abu Ghraib per gli abusi subiti durante la detenzione. La compagnia militare privata Engility Holdings, la cui consociata L-3 Services era stata accusata di complotto per le torture, ha pagato 5,28 milioni di dollari a 71 prigionieri nella base e in altri centri gestiti degli Usa tra il 2003 e il 2007. Dopo il primo successo degli avvocati si attende, probabilmente entro la prossima estate, il processo contro un’altra società, la Caci, accusata di torture da quattro ex prigionieri iracheni. Il pagamento di cui niente era trapelato fino a oggi è stato scoperto dall’Associated Press in un documento presentato dalla Engility alla Securities and Exchange Commission, l’ente che vigila sulla borsa statunitense.  

“Il 5 ottobre 2012 abbiamo trovato un accordo per risolvere e far ritirare l’azione in cambio del pagamento”, si legge nel rapporto presentato alla Consob statunitense. Gli ex detenuti hanno già ricevuto parte dei risarcimenti, ha detto all’AP uno dei loro legali che non è entrato nei dettagli dell’accordo riservato. La causa risale al 2008. La L- 3 Services, spiega l’accusa, permise ai suoi dipendenti di partecipare alle torture e agli abusi verso i prigionieri, senza che le azioni criminali fossero denunciate né alle autorità statunitensi né a quelle irachene.

L’Associated Press riporta alcuni racconti degli abusi cui i dipendenti della L-3 presero parte. Un detenuto descrive come gli sia stata puntata in testa una pistola simulando un’esecuzione. Un altro di essere stato sbattuto contro un muro fino a svenire. Altri di essere stati picchiati e lasciati nudi per lunghi periodi di tempo. Diverse sono le denunce di violenze sessuali. I legali della L-3 Services hanno cercato di dimostrare l’infondatezza dell’accusa di cospirazione portando come prova il fatto che in 68 tra gli iracheni non abbiano neanche tentato di identificare i propri carnefici, mentre altri due avrebbero fatto dichiarazioni vaghe. La società forniva traduttori alle truppe statunitensi. Nel 2006, secondo quanto riferito dai dirigenti durante una conferenza con gli investitori, aveva più di 6mila traduttori in Iraq con un contratto di 450 milioni di dollari.  

Nel 2004, nel pieno della campagna elettorale che avrebbe riconfermato George W. Bush per un secondo mandato presidenziali, scoppiò lo scandalo delle torture nel carcere iracheno documentate da foto scattate dagli stessi soldati arrivate sino alla stampa. Le immagini degli orrori sono note: pile di uomini costretti a stare nudi e ammassati tra di loro; il detenuto incappucciato e attaccato ai cavi elettrici costretto a rimanere in posa; la soldatessa che tiene un detenuto nudo al guinzaglio o un altro minacciato con i cani. Undici soldati sono stati condannati per gli abusi, ma nota la Bbc molti hanno ricevuto sentenze lievi. Nessun dipendente della L-3 Services è invece finito sotto processo e la vicenda non ha impedito alla società di continuare a lavorare per il governo. Il caso apre inoltre una finestra sul dibattito attorno all’accordare anche alle società private impiegate in zone di guerra l‘immunità concessa al governo. Una svolta si è avuta lo scorso mese di maggio. Allora la Corte d’appello del quarto circuito a Richmond chiamata a decidere se chiudere o meno il caso contro la L-3 e Caci disse che occorreva attendere ulteriori sviluppi prima di rigettare il caso. Nella difesa quattro anni fa, i legali della L-3 cercarono di dimostrate il perché la società godesse della stessa immunità del governo. In caso contrario, argomentarono, sarebbe stato necessario un intervento senza precedenti della giustizia nelle operazioni militari.

di Andrea Pira

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