“Antonio non c’è, torna domenica dal Guatemala”. Antonio è Ingroia, il leader di “Rivoluzione civile”, il nuovo movimento che si è posto l’obiettivo pazzesco (quasi un tentato suicidio politico, per molti osservatori) di mettere insieme società civile, partiti della sinistra estrema e di conquistare una buona pattuglia di parlamentari. Il tutto in poche settimane. I ragazzi dello staff aspettano il suo ritorno per definire liste, strategie e programmi. Per il momento non c’è neppure una sede ufficiale (“ci stiamo arrangiando”), le cose cambieranno dalla prossima settimana quando l’ex pm palermitano avrà un quartier generale nel centro di Roma, ma c’è ottimismo.

Gli attivisti guardano con entusiasmo alle continue adesioni sul web (“25mila negli ultimi due giorni”), con scaramantica fiducia ad alcuni sondaggi che oscillano dal 5 al 7%, con preoccupazioni ad altri. L’ultimo vedrebbe la coalizione rosso-arancione sotto la soglia di sbarramento. Intanto circolano già i nomi dei possibili candidati. Antonio Ingroia sarà capolista in tutte le circoscrizioni, il 60-70% dei posti in lista sarà riservato alla società civile e ai movimenti, tra cui “Cambiare si può”, il resto lo sceglieranno i vertici di Idv, Federazione della sinistra e Verdi di Bonelli. Sarà direttamente Ingroia a dire l’ultima parola sui candidati valutando non solo la fedina penale (“non devono avere neppure una multa”, è la regola), ma anche la loro storia di impegno civile.

Le candidature – Ilaria Cucchi, la sorella del giovane Stefano morto in carcere dopo i maltrattamenti subiti il 29 ottobre 2009, si sarebbe già detta “onorata” per la proposta di candidatura (lunedì inconterà Ingroia a Roma per decidere) insieme a Franco La Torre, figlio del dirigente del Pci Pio, ucciso dalla mafia, Gabriella Stramaccioni, direttrice di Libera, e Flavio Lotti, da sempre impegnato nei movimenti per la pace. “Ma nei prossimi giorni potremo pubblicare i nomi di altre personalità della società civile pronte a metterci la faccia”, dicono dal quartier generale di Rivoluzione civile. Antonio Di Luca, operaio della Fiat di Pomigliano D’Arco, tra i più attivi nella Fiom di Landini, è pronto a firmare la candidatura, mentre continuano le pressioni sul giornalista Sandro Ruotolo e la ricerca di candidature di prestigio in realtà difficili come la Calabria.

“Qui – ci dicono dallo staff – vogliamo puntare su personalità che in questi anni si sono impegnate nella lotta alla ’ndrangheta e alle sue commistioni con la politica e sui sindaci che hanno dimostrato che si può governare senza sporcarsi le mani con gli affari e i boss”. Insomma, grande è ancora la confusione sotto il cielo del nuovo movimento. Ingroia ha due problemi di fronte, il primo è il rapporto con l’altra branca del movimento arancione, il gruppo di “Cambiare si può” dell’ex magistrato Livio Pepino, del sociologo Marco Revelli e del profesor Paul Ginsborg. Il movimento si è spaccato sulla scelt dell’alleanza con Idv, Rifondazione, Verdi e Pdci. I partiti non presentano simboli, l’unico è quello di Rivoluzione civile, ma candidano i segretari e dirigenti. “Cambiare si può” ha sottoposto a referendum la scelta lo scorso 31 dicembre. Risultato: su 13200 aventi diritto hanno votato per via telematica in 6908, e il 64,7% (4468) ha detto sì all’alleanza con la lista Ingroia. La conseguenza finale sono state le dimissioni di Chiara Sasso, Livio Pepino e Marco Revelli, dal vertice del movimento. “Il nostro mandato si è concluso e per quanto ci riguarda non è più rinnovabile”.

Ma il problema più spinoso è quello del rapporto con i partiti, basta seguire le discussioni sui social network per accorgersi che la scelta di lasciare spazio a loro candidature crea più di un maldipancia. “Attenti ai riciclati. No ai vecchi tromboni di Di Pietro. Basta con gli ex”. Per Antonio Di Pietro c’è poco da allarmarsi: “Saremo una rappresentanza simbolica e non saremo nelle prime fasce”. Si vedrà a liste presentate. C’è poi l’incognita del programma. In questi giorni più di un commentatore ha rimproverato ad Ingroia il suo essere monotematico: lotta alla mafia e basta.

Il programma –  “Non è così”, dicono i collaboratori dell’ex pm, mostrando la bozza che sarà il manifesto della campagna elettorale. Spesa pubblica, non si toccano sanità e istruzione. Via 94mila auto blu e 7mila consigli di amministrazione inutili. Scioglimento delle Province e no agli aerei F35. No ai 47 miliardi di tagli imposti dal fiscal-compact perché “questo comporta la distruzione dello stato sociale”. Ingroia annuncia “una proposta rivoluzionaria appena entreremo in Parlamento”. Sull’economia punta su “produttività del sistema” e sull’innovazione. Torni il falso in bilancio e una patrimoniale giusta sulle grandi ricchezze”. Questa è la rivoluzione civile di Antonio Ingroia.