“Io voterò no perché credo che la Costituzione che ci stanno sottoponendo creerà solo disordini e agitazione nel paese. Secondo me molti articoli del documento non tengono conto di una buona parte della popolazione egiziana”. Mohammed spiega così la sua scelta mentre attende in una lunga coda il suo turno per votare nel quartiere di Zamalek al Cairo.

Oggi in Egitto è il primo giorno del referendum sulla Costituzione egiziana, la prima del post rivoluzione. Zamalek è un quartiere chic e una delle roccaforti della borghesia egiziana laica che fa parte di quello che è stato definito l’hizb al Kanapa, il partito del divano, che per la prima volta in questi ultimi giorni è sceso in piazza contro il presidente egiziano Mohammed Morsi. La partita della Costituzione, infatti, è iniziata due settimane fa, dopo una dichiarazione costituzionale che accentrava diversi poteri nelle mani del capo di stato a discapito della magistratura, un giro di vite in stile autoritario a cui è seguita l’approvazione lampo del documento da parte dell’assemblea costituente dominata dai partiti islamici.

Nel quartiere zamalkino, l’isola che sta al centro della città a pochi minuti di taxi da Tahrir. La gente è in fila dalle sette e per votare ci vogliono alcune ore. L’affluenza in tutti i seggi del paese è da record e arriva come un segnale inaspettato, poiché il forte dissenso verso il documento da parte della società egiziana aveva fatto prospettare un alto tasso di astensione. Invece, sembra che in molti abbiano accolto la domanda del Fronte di Salvezza Nazionale – l’entità che raccoglie i maggiori partiti di opposizione – di andare a votare no, facendo così salire in maniera esponenziale il numero dei votanti. E se, come spesso accade, il ricco quartiere cairota non è rappresentativo del vero Egitto questa volta invece potrebbe dare segno di un’inversione di marcia dell’opposizione egiziana che nelle ultime tornate elettorali si era mostrata incapace di reagire e di contrastare la collaudata macchina politica islamista. Le lunghe code, oggi in Egitto, continuano in tutti i 10 governatorati al voto, i restanti 17 dovranno, invece, aspettare a sabato prossimo a causa delle molte defezioni dei giudici che in opposizione al capo di stato egiziano e al documento si sono rifiutati di supervisionare i seggi.

A pochi chilometri da Zamalek c’è West el Balad (la downtown cairota), il quartiere della ormai storica piazza Tahrir. Qui il registro cambia, dalle strade asfaltate e pulite si passa al caos tipico dei quartieri popolari della capitale. Non ci sono auto di lusso ma vecchi ruderi degli anni 80 in perenne manutenzione nelle vie vicine. Nel seggio collocato all’interno di una scuola pubblica l’affluenza è alta. L’estrazione più popolare della zona vede un maggiore consenso verso Morsi e il suo partito, i Fratelli Musulmani.

In coda tanta gente legge il libricino con dentro i 236 articoli della costituzione. Fatima è ancora indecisa: “Sto per finire tutto il testo, ho ancora tempo visto che devo aspettare, credo che deciderò di fronte alla scheda”, mentre Shaimaa non ha dubbi: “Io voterò sì, credo che sia un buon documento e sono in disaccordo solo con pochissimi articoli”. Per conoscere i risultati definitivi bisognerà aspettare alla settimana prossima, dopo il secondo turno, ma ciò che è certo è che i primi pronostici sull’astensionismo sono stati ribaltati.

L’Egitto, come nelle scorse tornate elettorali del post rivoluzione, è tornato con entusiasmo a riempire i seggi, così come sono tornate le accuse di irregolarità tra le parti politiche avversarie e le approssimazioni burocratiche nei seggi, tipici di una democrazia ancora in stato embrionale. Ora con l’alta affluenza, l’esito del referendum sembra meno scontato del previsto. Il paese si chiede se per la prima volta dopo la caduta di Mubarak, l’ala liberale potrebbe essere realmente competitiva con i Fratelli Musulmani, il grande partito islamico che fino a ora è stato capace di mobilitare le fasce più povere – e numerose – del paese. E proprio per questo la partita decisiva rischia di spostarsi dalle grandi città egiziane alle zone rurali, da sempre roccaforte dei partiti di ispirazione islamica.