Le linee telefoniche sono staccate da venti giorni: alla sede che Forza Italia occupa dal 1996 in viale Monza a Milano è impossibile chiamare. Bollette insolute e fatture non pagate alla società di manutenzione del centralino. Ed entro sei mesi quegli uffici devono essere liberati: la proprietà non è più degli amici Ligresti ma di Unipol e gli affitti sono stati adeguati ai prezzi di mercato. Ma la sede storica è solo un pezzo che il partito di Arcore sta perdendo. Un crollo accelerato dalla decisione di Silvio Berlusconi a riscendere in campo. Persino gli adorati imprenditori si nascondono, si negano. Marco Poletti Polegato, patron di Geox, ad esempio, uno dei veneti papabili per la riscesa in campo, non ci pensa neanche a seguire Berlusconi in politica. Ed Ennio Doris, che tutto deve a Silvio, ha smentito via comunicato persino di essere stato contattato. Salutano anche gli ex An che, capitanati da Ignazio La Russa, domani lasceranno definitivamente il Pdl per dare vita al nuovo partito: Centrodestra Nazionale. Il simbolo è custodito da Massimo Corsaro, ma alla base avrà l’immancabile fiamma.

Il Cavaliere riesumerà Forza Italia e i due partiti stringeranno un’alleanza in pieno stile 1994. Chi invece non farà parte della nuova, vecchia coalizione sarà Franco Frattini, pronto ad abbandonare il partito per approdare sulla sponda di Mario Monti al pari di molti europarlamentari del Pdl, di tutto il gruppo dei cattolici e di Cl guidato da Maurizio Lupi (a cui evidentemente non è andata giù la scelta del ticket Maroni-Gelmini per le elezioni lombarde) e anche della fronda che fa capo al sindaco di Roma Gianni Alemanno. E altri ancora potrebbero seguire la diaspore, specie se quanto detto ieri dal Cavaliere a La Telefonata (solo il 10 % degli attuali parlamentari riconfermati nelle nuove liste) fosse confermato.

All’appello manca però la Lega Nord. Non c’è più l’amico Umberto Bossi e per quanto il nuovo segretario, Roberto Maroni, sia possibilista è l’intero Carroccio ad aver emesso la fatwa. Ieri sera l’ex titolare del Viminale ha comunque accettato l’invito di Berlusconi a palazzo Grazioli. “Solo un incontro interlocutorio, non si decide nulla”, hanno garantito i tre colonnelli padani più vicini a Maroni. Della Lega presenti anche Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli. Quest’ultimo è il più fiducioso in una soluzione, soprattutto dopo il patto stretto con la lista 3L di Giulio Tremonti, di cui è amico e da sempre sponsor in via Bellerio e che poteva essere il candidato premier di una possibile coalizione. “Fin quando c’era Alfano potevamo discutere con il Pdl ma la volontà di Berlusconi di correre come premier ha reso tutto impraticabile e a questo punto anche Angelino è bruciato: l’alleanza non si può fare”, confida un leghista di peso nel fortino di via Bellerio. “Vorrei proprio vederlo Maroni dire a Berlusconi ‘Silvio tu non puoi candidarti’”, ribatte ironico un ex ministro lombardo da sempre di casa ad Arcore. “Vedrà che un modo per mettersi d’accordo lo troveranno. Che si chiami inciucio, patto della sardina, della crostata o della polenta, torniamo insieme”.

La Lega vuole vincere la corsa al dopo Formigoni in Lombardia e il Pdl ha già dato garanzie in questo senso, accettando di sacrificare Maria Stella Gelmini. Ma non basta. Perché Maroni sa che quello di Berlusconi sarebbe un abbraccio mortale. Lui mette le mani avanti: “A noi interessa il governo della Lombardia perché fa parte di un progetto più ampio che è quello dell’Euroregione insieme a Piemonte, Veneto e Friuli, tutto il resto mi interessa di meno. Questo è il nostro progetto e tutto ciò che è utile per arrivare a questo risultato sarà messo in campo”. I militanti si sono già detti pronti a stracciare la tessera. Flavio Tosi e Matteo Salvini hanno sbarrato l’ingresso. Berlusconi non lo vuole più nessuno. Almeno a parole.

da Il Fatto Quotidiano del 12 dicembre 2012

modificato da Redazione Web alle ore 10 del 12 dicembre 2012

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