Il salvataggio europeo della Spagna potrebbe garantire maggiore stabilità all’unione monetaria, ma i costi “di mercato” che tale operazione implica rischiano di essere scaricati sull’Italia. È questo, ad oggi, il peggiore sospetto che accompagna i giorni più lunghi di Madrid e il suo marasma di recessione, tensione politica e rivolte sociali. Un sospetto particolarmente pressante che rischia di confermare, almeno in parte, quello scenario che da oltre un anno continua a preoccupare analisti e regolatori europei: il temuto effetto contagio. Ma andiamo con ordine.

La richiesta di accesso al fondo salva Stati da parte della Spagna non è ancora ufficiale, ma il destino è dato ormai ampiamente per scontato. Lo chiedono i mercati, come si dice in questi casi, lo danno per certo, nel parlamento tedesco, anche i “falchi” della maggioranza di governo. “Purtroppo la Spagna alla fine otterrà l’aiuto previsto: l’Esm permetterà l’acquisto di titoli di stato sul mercato primario o secondario”, spiega al Fattoquotidiano.it il parlamentare liberale (FDP) Frank Schäffler, membro del Comitato Finanza del Bundestag, “Naturalmente dovranno essere rispettate precise condizioni, non solo finanziarie. La Spagna dovrebbe seriamente pensare a una ristrutturazione del mercato del lavoro nel suo complesso: la disoccupazione giovanile è ai livelli più alti in Europa”.

Più morbida la posizione del collega di partito Jörg-Uwe Hahn, ministro per gli affari europei del Land Hessen e membro del Bundesrat. “Il salvataggio della Spagna è nell’interesse della Germania. La Spagna è e rimane un partner importante per il nostro paese”, spiega Hahn. “Non penso comunque che il problema sia quando si darà il via al bail-out, ma piuttosto quando si possa fare in modo che abbia anche la massima efficacia. Da questo punto di vista mi fido pienamente dell’intuizione del governo spagnolo”.

Gli aiuti alla Spagna alla fine passeranno, anche se – sempre secondo Schäffler – si tratta di un errore: “Come creditori saremo combattuti tra due esigenze: da una parte c’è la preoccupazione sul modo in cui i nostri soldi saranno usati e dall’altra c’è naturalmente la volontà di aiutare i nostri vicini in difficoltà”. Una difficoltà che è data oggi soprattutto dai costi di finanziamento, coma sottolinea ormai senza esitazione lo stesso Mariano Rajoy. Se la situazione dovesse perdurare, ha ammesso il capo di governo, la richiesta d’intervento sarebbe inevitabile. Ed è proprio a quel punto, suo malgrado, che entrerebbe in gioco l’Italia.

In fondo è tutta una questione di aritmetica. L’intervento esterno nasce per garantire a un Paese la possibilità di finanziarsi a costi inferiori rispetto a quelli imposti dal mercato (ad esempio il 6% accordato agli investitori che acquistano i bonos decennali). Ma i fondi utilizzati per il soccorso europeo sono ovviamente a carico dei contribuenti del Continente, ovvero, in larga parte, delle tre principali economie dell’eurozona: Germania, Francia e Italia.

Il problema, però, è che mentre Berlino e Parigi si finanziano a costi molto bassi, l’Italia affronta ancora interessi molto elevati sulle sue emissioni di debito. E allora ecco che l’operazione rischia di essere penalizzante: se i prestiti salva Spagna fossero concessi, ad esempio, a un interesse del 3% (quello accordato alle banche di Madrid per le quali la Ue ha già accantonato 100 miliardi), l’Italia si troverebbe nella scomoda condizione di dover reperire la liquidità da iniettare nel fondo di salvataggio ad un tasso, quello accordato sui Btp, superiore a quello che verrebbe fatto pagare alla Spagna. In sintesi, Roma si troverebbe quindi ad operare in perdita.

Ma i problemi non finiscono qui. A spaventare l’Italia c’è anche lo spettro del cosiddetto effetto domino. È un vecchio leitmotiv della crisi, una di quelle profezie che rischiano spesso di avverarsi per il solo fatto di essere state pronunciate. Dopo la Grecia tocca all’Irlanda, dopo Dublino tocca a Lisbona, dopo il Portogallo cadrà la Spagna e infine ecco spuntare la previsione dell’Italia. I “mercati” lo affermano da tempo e il sospetto, come si diceva, può spesso bastare. Tradotto: un salvataggio della Spagna che ne decretasse implicitamente il fallimento tecnico (e di fatto un salvataggio equivale proprio a questo) rischierebbe di alimentare un’ondata speculativa contro l’Italia.

A sostenere le ragioni degli speculatori, a quel punto, ci sarebbero le previsioni di un deterioramento dei conti pubblici della Penisola alimentato, a sua volta, da un ragionato rialzo dei rendimenti sui Btp. È l’ipotesi avanzata alcuni giorni fa da David Keeble, strategist del mercato obbligazionario di Credit Agricole. L’intervento sulla Spagna, ha spiegato la scorsa settimana alla Reuters, “potrebbe mettere in moto una pressione sull’Italia”. “Sapendo che il debito spagnolo potrebbe essere acquistato – ha sottolineato – tutti si metterebbero a comprare i titoli della Spagna riducendo la loro esposizione sull’Italia”. In pratica, quindi, sarebbe come tentare di risolvere il problema scaricandolo sulle spalle di un altro Paese dell’area.