Sono i più poveri tra i poveri. Sono i più profughi tra i profughi. Sono i siriani nei campi palestinesi di Sabra e Shatila, arrivati dopo gli ultimi recenti bombardamenti di Damasco, Hama e Daraa. Secondo le stime sono almeno seicento famiglie, quasi 3mila persone, principalmente a Sabra, storico campo profughi nella capitale libanese Beirut, che insieme a Shatila dà alloggio a più di 18mila palestinesi di diverse generazioni in attesa di tornare nella propria terra. 

Impossibilitati dalle leggi del luogo a stabilirsi definitivamente in Libano, i profughi palestinesi soffrono una lunga serie di restrizioni tristemente note: rispettando il cosiddetto “diritto al ritorno” dei palestinesi, il Paese dei Cedri nega infatti la cittadinanza libanese ai profughi, mentre restano interdette diverse attività professionali tra cui quella medicina e avvocatura. È in un contesto simile di emarginazione, incancrenito da decenni, che i cittadini siriani entrati illegalmente in Libano si ritrovano oggi a vivere. Difficile dall’esterno capire la differenza tra i due popoli arabi: “Noi poveri siamo tutti uguali” spiega Rima, una maestra palestinese che in questo periodo organizza attività di gioco per i bambini di Sabra.

“Anche io vivo qui da quando sono nata” aggiunge. I bambini si aggrappano alle sue gambe, le tirano la maglietta, la baciano sulle guance. Lei li conosce tutti per nome, sono più di un centinaio e la maggior parte sono piccoli siriani arrivati da uno, due, o tre mesi. Li incontriamo in una calda serata di agosto dentro un edificio ampio coperto da un tetto di lamiera. “È il nostro teatro – spiega l’insegnante – Stasera c’è uno spettacolo di una compagnia di attori e giocolieri palestinesi che spesso presta volontariato da noi”. La notizia si sparge col passaparola tra gli angusti vicoli di Sabra dove agli angoli si vendono pistole giocattolo, dolci, frutta e snack.

Nel giro di un’ora arrivano più di trecento tra mamme e bambini. Sotto bandiere libanesi, palestinesi e un grande poster del defunto Yasser Arafat gli animatori iniziano lo show. Grandi ventilatori rinfrescano l’ambiente affollato, le donne portano con sé le sedie, i bambini fanno un gran baccano, ma non appena parte lo spettacolo rispettano tutti un disciplinato silenzio. “Fotografa Amina, è l’ultima dei miei tre figli”, sorride una donna brandendo la neonata verso l’obiettivo. «Siamo fuggiti tre mesi fa da Daraa – racconta – siamo venuti qui a Sabra perché gli affitti costano poco e i palestinesi ci hanno accolto con calore”. “Chi più di noi può comprendere l’esperienza della fuga, l’espatrio, la paura – riprende Rima – noi che siamo profughi da sessant’anni”.

Nella proibitiva Beirut dai prezzi europei “un bilocale a Sabra o a Shatila costa intorno ai 200 dollari al mese”, spiega Ahmed, operatore della storica Ong palestinese Assomoud. Ma per un prezzo così basso bisogna far i conti con poche ore di elettricità al giorno, sistema fognario che va in tilt allagandosi facilmente, vicoli infangati sui cui si riversano gli scoli di tubature fatiscenti, acqua potabile accessibile solo da grandi cisterne condivise, sparse qua e là per le strade. Questa è Sabra. Mentre Shatila appare, a prima vista, un’area leggermente più ripulita con strade più ampie. Il livello di sporcizia e presenza incontrollata di rifiuti è invece uguale all’altro “campo”.

Tutti continuano a chiamare così i due quartieri beirutini della diaspora palestinese, dove trent’anni fa, nel settembre del 1982, nel pieno della guerra civile libanese e dell’invasione israeliana del paese, si consumò uno dei più atroci massacri della insanguinata storia mediorientale (con centinaia di vittime, forse oltre 3mila), dei quali si resero responsabili milizie cristiane libanesi in un’area controllata dall’esercito israeliano (fu accusato di esserne responsabile anche l’ex premier israeliano Ariel Sharon). In realtà, sono ormai slums, baraccopoli permanenti tenute assieme da una rete di solidarietà così radicata e forte da potersi aprire ad accogliere anche i nuovi arrivati, in fuga dall’ennesima guerra.

di Susan Dabbous

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