La Bce potrebbe intervenire sui titoli degli Stati a rischio anche senza l’appoggio della Bundesbank. Lo dice David Riley, il direttore operativo dell’agenzia di rating Fitch, intervistato da Bloomberg. La Bundesbank, dice Riley, “è attualmente il maggiore azionista della Bce, ma ovviamente nel consiglio direttivo può disporre di un solo voto”. “In passato abbiamo visto che la Bce ha agito nonostante l’opposizione della Bundesbank – prosegue Riley – Il messaggio che è uscito dalla conferenza stampa di Draghi del 2 agosto è chiaramente quello che siamo pronti ad agire anche con l’opposizione della Bundesbank”.

Riley ha analizzato anche la situazione di crisi in Europa. “I Paesi dell’area euro – spiega – potrebbero subire un nuovo abbassamento dei loro rating se non fanno passi avanti nel risolvere la loro crisi entro fine anno”. Le recessioni di Spagna e Italia “stanno erodendo il supporto politico per l’austerità e per l’euro” ha affermato Riley. “Se non vediamo dei progressi entro fine anno – conclude – ci possono essere nuovi abbassamenti del rating”.

E si è soffermato anche sullo stato di salute dell’Italia: “Il governo Monti – prosegue Riley – in questo momento ha moltissima credibiltà politica”, ma “deve fare progressi il più velocemente possibile”. Riley aggiunge che l’Italia correrà dei rischi alla fine del governo Monti. “I rischi politici – dice – sono maggiori di quelli economici”. Riley ricorda che Fitch ha confermato il rating ‘A-‘ dell’Italia, proprio “per il lavoro fatto dal governo Monti”. “L’Italia – dice – ha un alto debito, ma ci sono altri aspetti positivi dell’economia: il settore immobiliare, le banche stanno bene. La sfida adesso è quella di approfittare delle opportunità che vengono dall’allentamento delle tensioni di mercato. Il governo Monti deve fare progressi il più velocemente possibile e spingere non tanto sull’austerità, sulla quale è stato fatto abbastanza, ma sulle riforme, sulle quali si deciderà chi sarà il futuro leader del paese, probabilmente ad aprile dell’anno prossimo”.

Secondo Riley il compito del governo Monti deve essere ora quello “creare una po’ di luce in fondo al tunnel”. Anche perché ottobre “sarà un mese duro per il rifinanziamento di Italia e Spagna”. E una delle difficoltà più grosse per l’Italia sarà rappresentata da quello che accadrà alla Spagna, la quale “penso che resterà sul mercato, anche se sarà difficile che potrà restarci senza aiuti da parte della Bce”.

Toni più ottimistici da un’altra agenzia di rating, Moody’s: la crisi del debito europeo – scrive in un rapporto sugli squilibri esterni dell’Eurozona – nei Paesi periferici ha migliorato, ma non ha risolto gli squilibri esterni e la correzione è stata completata solo a metà. Nel rapporto Moody’s sostiene che Italia, Spagna e Portogallo potrebbero uscire dall’attuale stato di crisi entro il 2013, se applicheranno compiutamente le riforme fin qui adottate, mentre Grecia e Irlanda potrebbero richiedere fino al 2016 per completare il loro programma di riforme. “Gli aggiustamenti – si legge nel documento – sia nei paesi periferici che in quelli core sono già stati avviati, in alcuni casi a un grado significativo”. “La correzione, nella migliore delle ipotesi, è a metà strada, dipende dai Paesi in questione e potrebbe richiedere diversi anni”.

A gelare il tutto è arrivata a stretto giro la terza sorella, Standard & Poor’s, che ha avanzato nuovi dubbi, questa volta sugli Stati Uniti le cui chance di una nuova recessione sono aumentate. Con potenziali ripercussioni anche sul Vecchio Continente. Tanto più che l’agenzia non ritiene che “l’economia americana e quella europea miglioreranno sostanzialmente il prossimo anno”. 

 ”Con l’economia globale che siindebolisce fra considerevoli rischi al ribasso, prevediamo condizioni di credito difficili”, si legge nella nota di S&P, secondo la quale “i rischi di una vera doppia recessione (o recessione a W, quando dopo una breve ripresa il Pil torna nuovamente in territorio negativo) in Eurolandia restano alti”. Ad aumentare l’incertezza delle prospettive economiche americane sono il possibile contagio dalla crisi del debito europea, l’economia cinese e il cosiddetto fiscal cliff, ovvero la possibilità che all’inizio del prossimo anno scattino tagli alla spesa e aumenti delle tasse insieme.