C’è il Corrado Passera ecologista, quello che tre giorni fa ha detto: “I criteri di salute pubblica vanno considerati (….) e quindi gli impianti di Taranto non devono essere tenuti aperti a qualunque costo”. E poi c’è il Passera che si preoccupa di lavoro e produzione, tanto da garantire, il 26 luglio, che “governo e istituzioni locali faranno tutto il possibile per individuare soluzioni che tutelino occupazione e sostenibilità produttiva”. Questo è quanto raccontano le cronache delle ultime settimane sulla vicenda del sequestro degli impianti Ilva. Resta da capire come queste due maschere indossate dal ministro dello Sviluppo, due maschere già piuttosto contrastanti tra loro, riescano a conciliarsi con un terzo ruolo interpretato fino a pochi mesi fa da Passera. Un ruolo da supermanager, da capo di Intesa. E proprio in veste di banchiere, come numero uno del più grande istituto italiano, l’attuale superministro del governo Monti, era di gran lunga il finanziatore di riferimento del gruppo Riva, cioè, in sostanza, dell’Ilva di Taranto.

Un legame strettissimo, quello tra Intesa e il colosso italiano dell’acciaio. Tanto che nel 2008, quando la banca allora guidata da Passera si mette alla ricerca di imprenditori disposti a intervenire per salvare l’Alitalia, ecco che Emilio Riva, l’ottuagenario patron del gruppo, è uno dei primi a rispondere all’appello. Per molti quell’intervento fu una sorpresa. Mai, in più di mezzo secolo di carriera, il padrone dell’Ilva aveva puntato un soldo su un qualunque investimento che non avesse a che fare con l’acciaio. A quanto pare, invece, il fascino della scommessa su Alitalia dev’essere stato irresistibile. O forse Passera e il governo di Silvio Berlusconi, sponsor politico dell’operazione, devono aver usato argomenti particolarmente convincenti. Sta di fatto che Riva ha messo sul piatto addirittura 120 milioni di euro per comprare il 10,8 per cento della compagnia aerea e diventarne e così il secondo maggior azionista dopo i francesi di Air France (25 per cento) e addirittura davanti a Intesa, che possiede il 9 per cento circa di Alitalia. Per Riva, come per tutti gli altri partecipanti alla cordata tricolore, l’investimento si è fin qui rivelato piuttosto avaro di soddisfazioni, per usare un eufemismo. A più di tre anni dal salvataggio l’ex compagnia di bandiera continua a viaggiare in perdita e le prospettive per l’immediato futuro non sembrano granchè esaltanti. Poco male, per Riva che a differenza di altri investitori continua a mantenere in bilancio la sua quota di Alitalia al valore di carico, senza svalutarla. D’altronde, in tempi di crisi gravissima per l’acciaio, è lecito sospettare che i proprietari dell’Ilva contassero di incassare un dividendo, per così dire, politico dalla loro partecipazione alla cordata promossa da Berlusconi e Passera, come numero uno di Intesa.

Sarà un caso, ma giusto poche settimane prima che venisse siglato l’affare (si fa per dire) Alitalia, la banca all’epoca guidata da Passera finanziò un’operazione molto importante dei Riva. Con un prestito di 100 milioni di dollari (circa 80 milioni di euro) il gruppo che controlla Ilva siglò un contratto con un cantiere cinese per la costruzione di due enormi navi tipo bulk carrier (più di 100 mila tonnellate di stazza) che servono a trasportare minerali di ferro, la materia prima delle acciaierie. Va detto che i rapporti tra il patron Emilio Riva, ancora agli arresti domiciliari dal 26 luglio, e la banca milanese datano da gran tempo, molto prima che Passera si insediasse al vertice.

L’industriale dell’acciaio è stato per decenni un importante cliente della Cariplo, la grande cassa di risparmio lombarda che 15 anni fa si è fusa con il Banco Ambroveneto, dando vita all’istituto destinato a crescere ancora (Comit e poi Sanpaolo) fino a diventare l’attuale Intesa. Nel 1995 fu proprio la Cariplo a finanziare l’offerta per comprare l’Ilva messa in vendita dallo Stato. Un’operazione da 2.200 miliardi di lire, pari a oltre un miliardo di euro attuali. Con il passare del tempo i rapporti tra Riva e la sua banca di riferimento si sono consolidati e gli affari sono proseguiti alla grande anche dopo l’arrivo del banchiere destinato a diventare ministro. Intesa resta la banca di riferimento del colosso siderurgico, seguita a distanza dalla Popolare di Bergamo. D’altra parte un cliente come l’Ilva e le altre acciaierie targate Riva valgono decine di milioni l’anno di ricavi per gli istituti di credito che hanno finanziato il gruppo per oltre 2 miliardi di euro. E allora come dire di no a un banchiere amico come Passera. Un banchiere che ora fa il ministro e sarà chiamato (anche lui) a risolvere la colossale grana di Taranto.

da Il Fatto Quotidiano del 10 agosto 2012