Non solo azioni, obbligazioni, valute o derivati. Goldman Sachs amplia il portafoglio di investimenti puntando su un nuovo business: i carcerati. La banca d’affari americana ha ricevuto via libera dalle autorità di New York per investire 9,6 milioni di dollari in un programma di riabilitazione nel principale carcere della città. Il colosso finanziario, descritto dal magazine Rolling Stone nel 2009 come “un gigantesco calamaro vampiro attaccato alla faccia dell’umanità che protende i tentacoli succhia sangue verso qualunque cosa odori di denaro”, forse in questo modo potrà migliorare la sua immagine. Ma non solo. L’accordo prevede che la banca, se riuscirà a ridurre di almeno il 10 per cento la criminalità recidiva dei carcerati adolescenti della prigione di Riker Island, guadagnerà più di 2 milioni di dollari oltre alla restituzione del denaro investito.

L’iniziativa di Goldman Sachs segna un passo importante per la diffusione di questo tipo di strumenti finanziari, chiamati social impact bond e finalizzati alla raccolta da parte del settore pubblico di finanziamenti privati, che si stanno diffondendo velocemente in Inghilterra. Sarà la prima volta, infatti, che anche gli Stati Uniti adotteranno questo sistema, noto anche come pay for success bond. Ma gli esperti del campo non profit lanciano l’allarme: riparare all’irresponsabilità del governo incoraggiando investimenti di società private a caccia di profitti è un errore grave.

La remunerazione degli investitori, giustificata dal risparmio di cui può godere l’amministrazione pubblica nel lungo termine se i social impact bond vengono adottati con successo, rischia infatti di snaturare la natura del programma e la sua valutazione. “E’ un meccanismo capace di raccogliere molti soldi per risolvere i problemi più rapidamente” – ha commentato al Washington Post Antony Bugg-Levine, amministratore delegato di Nonprofit Finance Fund – “ma bisogna riflettere sulle conseguenze che si presenteranno nel lungo termine”.

Nonostante ciò, sono sempre più numerosi i governi che cedono alle offerte delle banche interessate a iniziative sociali. Nel caso del carcere newyorkese è stata proprio Goldman Sachs ad approcciare le autorità della metropoli dopo aver sentito che l’organizzazione responsabile del piano di riabilitazione era alla ricerca di finanziamenti. E’ poi intervenuto il sindaco di New York Michael Bloomberg che, tramite il suo gruppo filantropico Bloomberg Philanthropies, ha promesso alla banca la restituzione di 7,2 milioni di dollari su un totale investito di 9,6 milioni se non raggiungerà l’obiettivo. Goldman Sachs perderà quindi fino a 2,4 milioni di dollari nel caso in cui il programma non avrà successo, mentre incasserà 2,1 milioni, che saranno sottratti alle casse del Department of Correction della città, se otterrà risultati sufficienti.

L’investimento di Goldman Sachs, se avrà successo, darà una spinta agli altri social impact bonds che sono ora sotto esame in diverse parti del Paese. In Connecticut, Ohio e Massachusetts, per esempio, i governi locali stanno studiando accordi con società private per finanziare progetti di aiuto a senza tetto e giovani criminali. A sostegno di tali strumenti finanziari è sceso in campo perfino il presidente americano Barack Obama, che a febbraio del 2010 ha proposto per il budget federale del 2012 una spesa da 100.000 dollari per la gestione dei social impact bond.

L’idea è arrivata anche in Italia, dove Mario Calderini, consigliere del ministro per il Sostegno alla ricerca e all’innovazione, ha prospettato l’utilizzo dei social impact bond per i progetti delle smart communities, ovvero gruppi di persone che attraverso internet e nuove tecnologie condividono idee per rendere più efficiente la città. Sarà questa la strada giusta da percorrere? Un’alternativa, in realtà, esiste già. E’ la spesa pubblica, finanziata dalle entrate fiscali. Che, secondo un’opinione sempre più diffusa negli Stati Uniti, dovrebbe imporre più tasse alle banche. Proprio quelle che ora si mettono in fila per fare affari con il settore pubblico.