“Se Errani dovesse dare le dimissioni non deciderebbe il partito, ma Errani stesso”. Queste le parole che girano tra i corridoi di Viale Aldo Moro, la sede della Regione Emilia Romagna, da dove il governatore, nato a Massa Lombarda in provincia di Ravenna il 17 maggio 1955, ha ininterrottamente governato la regione rossa per eccellenza fin dal 1999.

Tre mandati uno fila all’altro, l’ultimo nel 2010 non senza polemiche legate all’impossibilità tecnica di farlo (un po’ come il governatore lombardo, Roberto Formigoni, n.d.r.), rinnovati con percentuali che da “bulgare” sono diventate un po’ meno marziane, passando dal 56,5% del 2000 al 62,5% del 2005, fino al 52,1% con cui nel 2010 è stato rieletto per il terzo mandato.

Inossidabile, inscalfibile, impenetrabile, la sostanza della politica di Vasco Errani è l’architrave organizzativa del Partito Democratico anche per il resto d’Italia. L’esempio da imitare per gli aspiranti governatori di mezzo stivale. Una carriera dentro al partitone accompagnando proprio l’abbandono del vecchio Pci e il rinnovamento in Pds-Pd.

Errani inizia la carriera politica da Ravenna nei primi anni ottanta. Diventa consigliere comunale Pci nel 1983, e lo sarà fino al 1995, per poi scalare velocemente posizioni proprio quando Occhetto mette in atto la svolta della Bolognina: nel 1995 assume l’incarico di segretario alla Presidenza del Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna, nel 1997 è assessore regionale al Turismo e nel 1999 viene eletto dal Consiglio regionale Presidente della Giunta.

Poi la cavalcata trionfale iniziata nel 2000 e ancora oggi in sella, nonostante gli scricchiolii sinistri dell’inchiesta Terremerse. Eppure Errani non si trova pressato dalle correnti interne del Pd o dell’alleanza del centrosinistra, un po’ come capita quotidianamente ai sindaci di Bologna. Perché il Partito Democratico in Emilia Romagna è Errani: da qui il trampolino di lancio per diventare presidente della Conferenza Stato-Regioni, ruolo di assoluto prestigio e pressione verso l’esecutivo di Palazzo Chigi.

Le sue improbabili dimissioni saranno direttamente valutate da un colloquio tra lui stesso e Pierluigi Bersani. In fondo il governatore non ha praticamente rivali all’interno del partito emiliano-romagnolo. Difficile ipotizzare un’alternativa alla sua candidatura per un quarto mandato, o per le ipotetiche dimissioni per l’inchiesta in corso.

Nomi come il suo che uniscono le varie anime del Pd e l’arcipelago di alleati non ce ne sono. Il presidente del consiglio regionale, Matteo Richetti è troppo sbilanciato sulla linea Matteo Renzi. Le voci, fino a poco tempo fa indicavano il sindaco di Imola, Daniele Manca, che però è finito pure lui tra gli atti della Procura che trattano il reato di falso ideologico sulla cooperativa del fratello di Errani.