Il 5 settembre di quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario dell’assalto di Settembre Nero al villaggio olimpico di Monaco di Baviera. E’ la pagina più sconvolgente che la storia dei Giochi ricordi, cui seguiranno anni di strascichi sanguinari: bombardamenti, dirottamenti, vendette di Dio. Invece per la Germania Federale, che voleva far dimenticare l’edizione di Berlino ’36, da sempre accusata di aver fatto da cassa di risonanza al Terzo Reich, fu una beffa atroce.

A tal fine i Giochi di Monaco 1972 erano stati presentati non solo come i più fantascientifici di tutti i tempi (quello era nella tradizione), ma anche come i primi veramente universali e senza più barriere, cioè in sintonia con lo spirito libertario del ’68. Dunque all’avveniristico Olympiastadion (il cui costo supera l’intero budget di Roma ’60), alle piscine, i palazzetti, il velodromo coperto, la metropolitana, la funivia e la torre con il ristorante rotante, vengono affiancati arte, impegno, sperimentazioni, teatro; con gli atleti e gli artisti che si mischiano agli spettatori in un clima di pace e fraternità. Non a caso quando il primo giorno dei giochi Vincent Matthews, vincitore della medaglia d’oro nei 400 metri, sale sul podio e alza il pugno chiuso, tutto lo stadio lo fischia. Nulla deve inficiare l’aura di festa che si respira ai giochi del nuovo corso della Germania federale. Ma il 1968 è passato da quattro anni e nel frattempo è successo di tutto. Per esempio Re Hussein ha scacciato i fedayn palestinesi rifugiati in Giordania, costringendo i palestinesi a diventare un popolo senza amici e nazione. E’ nato Settembre Nero, una falange autonoma che subito si rende responsabile di attentati.

Torniamo a Monaco. All’alba del 4 settembre alcuni uomini scavalcano il muro del villaggio olimpico. Qualcuno pensa che siano atleti di ritorno da una scappatella, invece Moishe Weinber, allenatore della squadra israeliana, reagisce. Viene falciato da una scarica di kalashnikov. Dopo di lui muore Joseph Romano, sollevatore di pesi. Subito un commando entra negli alloggi e sequestra nove atleti della squadra israeliana. Inizia una trattativa estenuante che dura un intero giorno. I Giochi vengono interrotti.

Il commando è composto da Fedayn. La Germania Federale si fa trovare stranamente sorpresa. Respinta la richiesta di liberare 234 prigionieri palestinesi, si decide di far salire sequestrati e sequestratori su due elicotteri. L’idea è di portarli al più vicino aeroporto militare, dove è pronto un aereo per Il Cairo. Ha inizio quella che Willy Brandt qualche anno dopo definirà “uno sconcertante documento di incapacità”. Dei 400 agenti sul posto solo 5 sono tiratori scelti. Non hanno mirini a infrarossi e sono dislocati in ordine sparso. E la pista è male illuminata.

Comincia un conflitto a fuoco che dura una manciata di minuti. I cecchini sparano alla cieca, colpendo israeliani e palestinesi. Un granata finisce su uno degli elicotteri. Il bilancio è da tragedia: muoiono tutti gli atleti (Mark Slavin ed Eliezer Halflin, lottatori; David Berger e Zeev Friedman, pesisti; Kehat Shorr, Andre Spitzer e Amitzur Shapiro, allenatori; Jokov Springer e Jospeh Gotfreund, giudici di gara), cinque degli otto guerriglieri e un agente (colpito da fuoco amico). Tre fedayn vengono arrestati. I giochi riprenderanno poco dopo, ma il clima non sarà più da grande festa universale. Al posto dei palchi per le rappresentazioni teatrali ci sono i carri armati.

Per la Germania le Olimpiadi di Monaco furono in un certo senso una nemesi. Un fantasma che si voleva allontanare e che ritornava: l’olocausto, la creazione dello stato d’Israele, l’espulsione dei palestinesi dai territori, Settembre Nero. Ma anche Israele e la Palestina pagarono duramente. La prima con l’ennesimo bagno di sangue e una scia di odio. I secondi subendo pesanti rappresaglie e avvitandosi sempre più in quella spirale di violenza che loro malgrado li accompagna ancora oggi. Mentre per quel che concerne lo spirito del 68, beh lui non sarebbe mai più tornato.