Molto più di uno scandalo, un pozzo senza fondo. Ogni giorno che passa, infatti, l’inchiesta sulla manipolazione del Libor si arricchisce di nuovi inquietanti particolari e soggetti coinvolti o potenzialmente coinvolti che ne stanno rendendo sempre più lontani i confini. Esploso ufficialmente a giugno con l’ammissione da parte della seconda banca inglese, Barclays, delle manipolazioni effettuate dai suoi manager tra il 2005 e il 2009 sul tasso di riferimento che regola i prestiti interbancari, ma anche gli interessi relativi a molti prodotti finanziari, tra cui i mutui, principalmente in valute diverse dall’euro, il caso si sta rapidamente espandendo a macchia d’olio.

Non solo e non tanto per il palleggio continuo di accuse e responsabilità ai vari livelli della banca e tra autorità di controllo inglesi e americane, che comunque, è provato, avevano quantomeno dei sospetti sulle manipolazioni in corso fin dal lontano 2007. Il punto nuovo – oltre all’inerzia dei vigilanti – è che dando per assunto che Barclays non può aver agito da sola, la platea delle banche potenzialmente coinvolte si sta facendo sempre più ampia da questa e dall’altra parte dell’Oceano. Anche perché il tasso manipolato non era solo il Libor: i ritoccatori si sarebbero occupati anche del suo omologo per le operazioni in euro, l’Euribor, che fortunatamente è più difficile da influenzare, visto il numero maggiore di soggetti coinvolti e quindi l’impatto potrebbe essere stato più contenuto.

Fatto sta che accanto ai trader di Barclays, nel mirino dell’inchiesta sarebbero finiti i loro colleghi di altre quattro grandi banche europee d’accordo per allineare la contrattazione sui tassi ai loro obiettivi di profitto su prodotti finanziari sofisticati. In particolare il Financial Times nei giorni scorsi ha fatto i nomi della francese Société Générale, della tedesca Deutsche Bank e della britannica Hsbc, la stessa che in questi giorni negli Stati Uniti è sotto inchiesta per riciclaggio a servizio dei narcos messicani. Su Deutsche Bank in particolare proprio due giorni fa ha iniziato a emergere qualcosa. Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Handelsblatt, infatti, il nuovo numero uno del colosso bancario, Anshu Jian, ha ordinato un’inchiesta interna sui sospetti di manipolazione del Libor dal 2010 visto che al tempo dirigeva la banca d’investimento del gruppo a Londra. Indagine che non si sarebbe ancora chiusa per mancanza di determinazione anche se negli ultimi tempi c’è stata un’accelerazione. Non solo.

Secondo un’inchiesta del Sole 24 Ore, di concerto con le banche potrebbero aver operato anche fondi d’investimento particolarmente sospettati di aver ricattato gli operatori mettendoli sotto pressione con l’offerta, come contraltare di tassi favorevoli, dell’utilizzo dei servizi della banca. Ma la platea si potrebbe allargare ancora, si parla in totale di una ventina di banche, se dovesse arrivare a un punto l’indagine avviata dall’Antitrust Ue lo scorso ottobre sul sospetto di un cartello degli istituti sul mercato dei derivati sui tassi d’interesse indicizzati sia all’Euribor che al Libor.

Sempre sul fronte comunitario, con un’azione che però ricorda quella proverbiale di chi chiude il cancello dopo la fuga dei buoi, mercoledì la Commissione Ue presenterà una proposta di sanzione penale per questo tipo di manipolazioni . Mentre tra Gran Bretagna e Usa continuano a volare gli stracci, con la Bank of England che ha pubblicato dei documenti che smentirebbero gli avvertimenti americani del 2008. E la palla torna così al braccio destro economico di Barack Obama, Timothy Geithner, all’epoca presidente della Fed di New York che dall’inizio di questa storia sostiene di aver fatto il suo dovere nell’informare le autorità inglesi. Il tutto non senza ripercussioni sulla campagna elettorale americana. Che dovrà fare i conti anche con la class action depositata fin dal 30 aprile scorso presso la Corte distrettuale di New York e che riunisce diverse azioni collettive che risalgono anche al 2010. Nel mirino di comuni, consumatori e aziende una ventina di istituti. Con le stime sul potenziale conto complessivo per le banche che sono già lievitate da 22 a 40 miliardi di dollari.

da Il Fatto Quotidiano del 22 luglio 2012