Era il 19 aprile 1994 quando Giuseppe Dossetti intravide un pericolo e lo esplicitò scrivendo all’allora sindaco di Bologna, Walter Vitali. Ottantunenne, già malato, rompeva il suo impegno al silenzio per rispondere all’invito a partecipare alle celebrazioni per la festa della Liberazione di quell’anno. Il suo, più che una risposta, era tuttavia un monito su un rischio che per lui iniziava a profilarsi concreto, la “modificazione frettolosa e inconsulta del patto fondamentale del nostro popolo”. E concluse affermando che, se così fosse, “si tratterebbe di un vero colpo di Stato”.

Il sacerdote scomparso nel 1996 parlava di Silvio Berlusconi, fresco di vittoria elettorale e rassicurante nel dire che non c’era alcun “pericolo autoritario”. Ma Dossetti non gli credeva e invocava la costituzione di comitati che fossero “espressione dei valori fondamentali della Costituzione”. Sono quelle organizzazioni che avrebbero preso il nome del presbitero, il quale tornò a parlare della questione un mese più tardi – era il 18 maggio 1994 – citando Isaia 21. Nel testo biblico si leggeva: “Sentinella, quanto resta della notte?”

Da qui prende il titolo il documentario di Lorenzo K. Stanzani che sarà proiettato venerdì prossimo a Bologna, in piazza Maggiore, nell’ambito della rassegna Cinema sotto le stelle. Dossetti, in quella primavera di 18 anni fa, vedeva l’addensarsi di un’epoca in cui l’umiltà individuale e quella collettiva sarebbero state soppiantate da una “falsa sicurezza”, se non dall’“arroganza”. La seconda Repubblica, disse, “potrebbe profilarsi […] attraverso la manipolazione mediatica dell’opinione pubblica e potrebbe evolversi […] in una signoria politica”. Il tutto calato all’interno di una “miopia che ci fa pensare all’oggi o al massimo al domani sempre egoistico”.

Per l’assessore alla cultura della Regione Emilia Romagna, Massimo Mezzetti, presente alla conferenza stampa di presentazione di “Quanto resta della notte? Un film su Giuseppe Dossetti”, fu un’intuizione che pronosticò il dilagare della “demagogia populista e il tratto della pubblicità in politica” che avrebbe contraddistinto il successivo ventennio, fino ai giorni nostri, e non solo per quanto riguarda il verbo berlusconiano in senso stretto.

Ma il documentario – 68 minuti, prodotto dall’imolese Mauro Bartoli per Lab Film e che ha visto il sostegno, oltre che della Regione, anche della Fondazione del Monte e della trasmissione Rai “La storia siamo noi” di Gianni Minoli che lo manderà in onda – non è solo il tratto più contemporaneo del percorso politico e religioso di Giuseppe Dossetti. Parte dalla fine, dal 15 dicembre 1996 quando morì e fu sepolto nel cimitero di Casaglia di Monte Sole, luogo di eccidio nazifascista del 1944. Era trascorso più di mezzo secolo da quando qui, sull’Appennino reggiano, era stata tumulata l’ultima salma e il sacerdote voleva riposare in quel posto, accanto ai segni di proiettili che ancora spiccano sui muri e sulle croci di ferro, traccia del “male degli uomini, causa di guerra perché l’uomo ha abbandonato il suo compito di essere umano”.

Figlio del farmacista di Cavriago, Dossetti si formò qui e qui tornò, dopo il periodo milanese all’università Cattolica, quando decise di salire sui monti per combattere a fianco dei partigiani. Divenuto presidente del Comitato di liberazione nazionale di Reggio Emilia, il futuro sacerdote – venne ordinato nel 1959 – si affacciò al secondo dopoguerra con due convinzioni. La prima riguardava il partito della Democrazia cristiana, al quale non era favorevole perché i due concetti secondo lui non avrebbero dovuto essere accostati. Tuttavia vi aderì divenendone vice segretario avendo l’impressione di essere stato “messo qui a fare la porta”, come scrisse ad Amintore Fanfani. La seconda convinzione, che si legava alla prima, era che di fronte al referendum del 1946 per scegliere tra repubblica e monarchia occorreva schierarsi senza mezzi termini per la prima e criticando la posizione più mediana di Alcide De Gasperi, con il quale la sintonia fu sempre difficile.

Il ritratto che emerge dal film, realizzato con la collaborazione della Cineteca, il Comune e la Provincia di Bologna, oltre che con le amministrazioni di Cavriago e Reggio Emilia (qui ci si prepara dall’autunno prossimo fino a febbraio a un percorso su Dossetti nel centenario della nascita), è quello di un uomo di pace a tutto tondo, una “rara ma significativa figura del nostro Paese”, aggiunge ancora l’assessore Mezzetti. “Quello che abbiamo scelto”, ha commentato il regista, Lorenzo Stanzani, “è un soggetto difficile, ma anche un soggetto del quale non si è finito di parlare. Tra i suoi tratti, emergono quelli che lo hanno portato ad analizzare una crisi che è iniziata molto prima di adesso e che è molto più estesa di quanto possiamo intuire”.

“Io sono nato il 17 aprile 1994 e sono figlio del berlusconismo”, dice Marco Pedrazzi, l’autore diciottenne della colonna sonora. “Lavorare a questo documentario è stata un’esperienza che mi ha permesso di conoscere ciò che televisione e media non ci raccontano e che io non conoscevo. Ma quando Stanzani mi ha contattato, dopo aver visto un mio video su Youtube con una delle prime composizione, mi sono lanciato con entusiasmo nel progetto perché mi ha consentito soprattutto di venire a contatto con il valore della semplicità”.