Merito e vanto della Cineteca di Bologna: riscoprire, riproporre, far rinascere il cinema che è stato. Il Cinema Ritrovato 2012 che si conclude in queste ore ha lasciato un segno indelebile nella memoria cinefila. E stavolta non c’è stato bisogno di grandi nomi. Sono bastati quelli piccoli, misconosciuti, dimenticati di documentaristi come Luigi Di Gianni, Elio Piccon o Raffaele Andreassi.

Tre nomi che assieme a quelli di Aglauco Casadio e degli un po’ più noti Gian Vittorio Baldi, Cecilia Mangini e Florestano Vancini hanno reso viva e pulsante la sezione, seguitissima in termini di pubblico, del Cinema documentario invisibile.

Le pellicole, corti di dieci-quindici minuti, provengono per la maggior parte dagli anni a cavallo della fine dei cinquanta e dell’inizio dei sessanta, quando la sperimentazione faceva assonante rima con spettacolarizzazione e lo sguardo del documentarista era di una purezza morale spesso abbacinante. Piccon e soci non hanno mai fatto gruppo, ma hanno viaggiato paralleli, osservando il boom del miracolo industriale del dopoguerra e perlustrando contemporaneamente la radici antropologiche di un paese come l’Italia, ricco di immense, e probabilmente intramontabili, contraddizioni sociali e culturali.

L’antimiracolo è la prima gemma del ligure Elio Piccon: anno 1965, sfondo la laguna di Lesina, nel Gargano. Piccon si trasferisce là senza uno script, senza troppi mezzi e finanze. Segue, vivendo lì per tre mesi, i ritmi di quella terra e della gente che la popola, poi comincia a girare un film di finzione con attori non professionisti che diventa presto una prova documentaria di un mondo che il miracolo italiano non l’ha visto nemmeno in cartolina. Due  fratelli che non fuggono dal meridione ma lo affrontano in tutte le sue brusche asperità: uno novello pescatore si ritaglia un posto al sole, facendosi largo in mezzo alla palude, spalando a mani nude, chilometri di limacciosa vegetazione; l’altro trasporta sacchi su sacchi di terra per allestire, sempre in mezzo alla palude, una specie di pezzo di terra da coltivare. Piccon s’inventa testimone di un evento ricostruito, che però nella realtà è identico in tutti i suoi aspetti quotidiani e rituali. Emerge la fatica, il dolore e poi drammaturgicamente la tragedia. Il risultato, scrive Andrea Meneghelli, curatore della rassegna, “è deflagrante”.

Gli animali di Raffaele Andreassi (del panel Andreassi fanno parte anche I maccheroni; Bambini; Agnese; Antonio Ligabue, pittore) è datato anch’esso 1965. Contesto ambientale un mercato del bestiame nella provincia di Frosinone. Andreassi non ha bisogno nemmeno di attori presi dalla strada, semplicemente filma. E nel filmare coglie le contrattazioni, gli scambi, i corpi impellicciati di qualche allevatore che un cappotto da mercante se lo può già permettere. Ed è qui il guizzo espressivo, il turning point narrativo che si poteva già intuire dopo pochi minuti con qualche piccolo dettaglio su alcuni capretti legati e maltrattati. Andreassi non riprende più l’arretratezza di un gruppo di paesani poco abbienti (magnifico I maccheroni) e nemmeno l’improvvisa ricchezza materiale del folle, vangoghiano, pittore Ligabue, costretto comunque a convivere con la propria delirante pazzia. Qua Andreassi sale su un gradino etico più alto delle specie viventi: quello animale. Così filma con straordinario pudore la sofferenza delle vittime che vanno al macello. Il sadismo e la crudeltà dell’attesa in un enorme anticamera dove si sgozzano buoi e si tranciano arti, sono trasmessi attraverso l’occhio di un bue. Non più bunueliano surrealismo, ma tremante realismo della morte. La bava dell’animale, la gambe che improvvisamente sembrano fatte di burro, fino al grand guignol dell’uccisione che si trasforma in un atto abominevole, percepibile quasi in modo tattile come tale. L’ultima inquadratura richiama la classicità dell’immagine espressionista tedesca con ombre umane che si stagliano su una dilatata chiazza di sangue del bue appena macellato.

“Dopo quel film divenni vegetariano”, ha confessato al fattoquotidiano.it Luigi Di Gianni, “e Andreassi con Gli animali volle proprio mostrare quel tipo di repulsione di fronte al macello degli animali che lo aveva a sua volta fatto diventare vegetariano”. L’ultrasettantenne Di Gianni, presente a Bologna per accompagnare i suoi lavori, è stato sicuramente uno dei più importanti documentaristi etnografici italiani del novecento. Sulle orme sia della seriosa curiosità per l’oggetto di studio alla Ernesto De Martino, sia dell’urgenza espressiva di rendere la documentazione del reale cinema spettacolare come poteva aver fatto un De Seta, Di Gianni sposta la sua macchina da presa nel centro-sud cogliendo riti e tradizioni di isolati paesini. Quando c’era una storia nascosta e curiosa lui partiva e iniziava a filmare. Con macchine da presa spesso non blimpate, Di Gianni ha colto l’essenzialità antropologica di dinamiche umane radicate nella notte dei tempi: a partire da Magia Lucana (1958) e Nascita e morte nel Meridione (’58) su soggetto di De Martino, fino ad arrivare a lavori più bizzarri (Grazia e numeri – 1962) sull’anima magica dei vicoli partenopei, oppure Il culto delle pietre (1967), straordinario reportage dalle grotte di Raiano, nella Marsica, dove centinaia di fedeli venerano San Venanzio infilandosi in una grotta di pietra bianca per poi strusciarsi per diversi minuti sulle pietre su cui il santo riposava. L’assoluta maestosità di una ripresa spazialmente impossibile si fonde con l’ancestralità del rito fino a diventare in un unicum di totale trasporto. Ma dove Di Gianni sfiora il sublime è con Nascita di un culto (1968), la storia di Giuseppina Gonella, donna dai poteri ultraterreni in un paesino montano della provincia di Salerno dove ogni giorno dalle 10 alle 16 ospita “dentro di sé” lo spirito del nipote morto in un incidente d’auto. La donna raccoglie file infinite di adepti che ogni giorno la raggiungono nella sua casa, rimanendo ore in attesa per assistere alla quotidiana possessione: prima per una benedizione collettiva, poi per le sedute singole. Paganesimo e cattolicesimo in eterno conflitto culturale e un amore viscerale per il cinema tedesco degli anni venti, rendono i lavori di Di Gianni capolavori inarrivabili per forma e contenuto, oltre che per una singolare attrazione verso i “casi sociali” oggettivamente estetizzanti.

Chiusi i battenti del Cinema Ritrovato non rimane che un’unica speranza per allargare la conoscenza di questi capolavori: la Cineteca ne stampi un dvd completo. E’ patrimonio della cultura cinematografica italiana alla pari di un qualsiasi Rossellini. Sarebbe imperdonabile lasciarli in un cassetto.

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