Carlo Petrini fu implicato nel calcio scommesse 1980 e poi divenne il fustigatore del “dio pallone” attraverso parecchi libri editi dalla Kaos Edizioni. E’ morto il 16 aprile di quest’anno in seguito a una lunga malattia. Nel suo ultimo libro (Lucianone da Monticiano), dedicato ancora una volta al suo acerrimo nemico Luciano Moggi, aveva scritto: “A differenza del mio compaesano Lucianone, io non sono il tipo che infierisce sulla gente in difficoltà, e oggi il signor Moggi è in disgrazia: radiato dal calcio, e con una raffica di condanne sul gobbo (per la Gea, per minacce, per Calciopoli), sia pur non ancora definitive. Però l’assurdità della querela che mi ha mandato, il potere che ancora mantiene a livello mediatico, la faccia di bronzo che continua a esibire in giro, e la capacità dell’opinione pubblica di dimenticare, mi hanno convinto della necessità di dedicargli in queste pagine”.

Ebbene, pochi giorni fa il tribunale di Milano ha emesso la sentenza per la causa civile intentata a lui e alla Kaos Edizioni da Luciano Moggi. Troppo tardi però, perché Carlo Petrini potesse godersi questa vittoria che, come lui stesso scriveva, era prima di tutto storica: “Voglio che fra trenta e quarant’anni la generazione dei miei nipoti possa […] leggere le gesta – quelle vere e senza censura, cioè quelle delinquenziali accertate dai carabinieri a proposito della sua associazione a delinquere – del mio celebre compaesano”.

Si dà il caso infatti che Petrini fosse di Monticiano, Siena, e abitasse a pochi metri da Moggi. Calcisticamente parlando, invece, la sua fu una carriera romanzesca sempre vissuta ai limiti. Dopo aver fatto largo uso di doping e aver taroccato le partite, divenne il capro espiatorio dello scandalo del 1980 e pagò oltremisura. Scappò all’estero braccato dalla malavita. Una volta rientrato fu colpito da una brutta malattia che per prima cosa lo rese cieco. A quel punto decise di dedicare il poco tempo che gli restava per denunciare ciò che i media non mostrano: il marcio del calcio. Scrisse molti libri, mischiando a ricordi personali notizie cui i giornali davano poco spazio, o su cui stendevano il velo dell’omertà. Ma non lo fece per togliersi il solito sassolino dalla scarpa, né per sostenere la retorica del “così fan tutti”. Lo fece per spiegare quei meccanismi, psicologici e non, che portano uno sportivo a doparsi o truccare le partite. Ossia quella forza del male che ti può trascinare nel fango del Dio pallone. Per questa sua crociata fu anche convocato dal procuratore Guarniello quando indagava sul doping.

Naturalmente “Big Luciano” era uno dei protagonisti delle sue storie e dei suoi libri. Ma stranamente, invece di pensare a difendersi dai processi che intanto lo travolgevano, l’ex “grande burattinaio” del calcio italiano se la prese con Petrini. In particolare non gli perdonò alcune frasi inserite nel libro Calcio nei coglioni. Frasi del tipo: “Ci sono voluti i carabinieri per fermare il boss Luciano Moggi”, “il potere delinquenziale dell’amico Lucianone ha permesso al caro Marcello… (Lippi, ndr)”, “la banda Moggi”. Dunque la querela non entrava solo nel merito delle accuse e dei contenuti, ma era anche per i termini usati.

Comunque sia il tribunale ha deciso che queste frasi non sono diffamatorie. Erano semplicemente desumibili dal rapporto steso dai Carabinieri durante l’indagine Off-Side del 2005, tra l’altro ampiamente riportato dai giornali. Dal quale si evinceva pure “l’influenza di Luciano Moggi sulla gestione della Nazionale italiana di calcio”. Ma non solo. “Boss”, “banda” e “delinquenziale” sono la “mera trasposizione dei gravi fatti-reato descritti nella denuncia di polizia”. Nulla di più e nulla di meno, insomma. E per di più Luciano Moggi dovrà pagare le spese processuali.

Purtroppo Petrini non riceverà mai quei soldi. Né avrà la soddisfazione di aver ottenuto giustizia. Vengono in mente le parole di Arthur Koestler, che in Buio a mezzogiorno scriveva: “Chi risulterà di avere avuto ragione? Lo si saprà solo più tardi. In attesa egli è tenuto ad agire a credito e a vendere la sua anima al diavolo, nella speranza dell’assoluzione della storia”. Certo, si obietterà che Carlo Petrini non ambiva all’assoluzione della storia (leggi l’intervista di Malcom Pagani e Andrea Scanzi). E l’anima al diavolo l’aveva venduta tempo fa. Però la sentenza del tribunale di Milano gli avrebbe dato una soddisfazione immensa. Per la verità storica, ovviamente. E non per infierire.