Il dato che salta all’occhio è quello di almeno un morto alla settimana. Si tratta di attivisti ecologisti, giornalisti e leader delle comunità locali impegnati nella salvaguardia delle risorse naturali, delle foreste e della terra. Nell’ultimo decennio i morti sono stati almeno 711, denuncia l’organizzazione Global Witness che chiede ai leader mondiali riuniti in Brasile per il vertice sull’ambiente Rio +20 misure per contrastare crimini che spesso coinvolgono funzionari pubblici e grandi gruppi multinazionali.

Il fenomeno è in crescita esponenziale. Il bilancio più grave è stato quello dello scorso anno: 106 omicidi, quasi il doppio rispetto a due anni prima e in aumento rispetto alle 96 vittime del 2010. I numeri potrebbero tuttavia essere al ribasso, si legge nel rapporto. A livello internazionale mancano informazioni sistematiche sul fenomeno.

Come nel caso delle violenze nella provincia indonesiana di Papua, la lotta per la salvaguardia dell’ambiente si lega a cause politiche come quella per l’indipendenza o per una maggiore autonomia, spingendo così gli autori a non considerare questi delitti nella loro analisi. Più spesso le comunità o i testimoni sono vittime di intimidazioni, violenze ed espropri forzati che li scoraggiano dal parlare. In altri casi ancora i crimini sono perpetrati in Paesi dove la società civile è più controllata, come nel Laos, in Cambogia o in Cina. Così se il maggior numero di omicidi è stato commesso in Brasile (con oltre la metà dei delitti), Perù e Colombia, è altrettanto vero che questi sono i Paesi dove maggiore e la trasparenza e dovei gruppi per i diritti civili, la stampa e le organizzazioni religiose trovano minori ostacoli nel loro lavoro di denuncia.

“C’è un nesso tra l’aumento della lotta per accappararsi le risorse e la brutalità e l’ingiustizia che questa lotta comporta”, spiega il rapporto. Terre e foreste diventano beni ambiti per le più diverse attività, dall’agricoltura estensiva ai progetti di espansione urbana, dal contrabbando di legname all’industria estrattiva e ai grandi impianti idroelettrici. “Il paradosso è che a detenere le risorse sono soprattutto i Paesi poveri”, continuano gli autori dello studio, “poveri e attivisti si trovano in prima linea”. La repressione è condotta nei modi più disparati: scontri tra comunità o con le forze di sicurezza, sparizioni, uso di sicari, morti sotto custodia degli agenti.

Global Wtiness ricorda alcuni omicidi eccellenti. Quello di Chut Wutty un’attivista cambogiano ucciso dalle forze di sicurezza mentre svolgeva ricerche sui contrabbandieri di legname e sugli espropri forzati, il cui caso fu aperto e chiuso dalla polizia in appena tre giorni. Nisio Gomes, leader di una comunità indigena nello Stato brasiliano del Mato Grosso do Su, fu invece freddato a novembre del 2011 da un’incursione di 40 uomini armati nel suo villaggio. Si trattò probabilmente di sicari di grandi latifondisti che sfruttano le terre considerate ancestrali dalle comunità locali. Fecero inoltre scalpore gli omicidi di José Cláudio Ribeiro da Silva e Maria do Espirito Santo, figure di spicco tra gli attivisti per la salvaguardia dell’Amazzonia. I rischi in Brasile sono tali che molti ambientalisti vivono sotto la protezione del governo. Misure che hanno portato a una riduzione dei delitti.

Così non è altrove, dove continua a vigere l’impunità. Come nelle Filippine. Proprio sull’isola di Mindanao, lo scorso novembre fu colpito il missionario italiano padre Fausto Tentorio, che probabilmente aveva ricevuto informazioni scottanti o aveva toccato interessi economici di grossi imprenditori e potentati locali. Il mese scorso sono stati infine quattro gli attivisti filippini uccisi, Un “maggio di sangue” come l’hanno definito i militanti del Kalikasan People’s Network for Environment.

di Andrea Pira