Aveva diritto all’asilo politico perché perseguitato nel suo Paese, la Tunisia. Ma la questura di Bologna lo ha rimpatriato comunque, sostenendo di non aver mai ricevuto il fax con la comunicazione della sua condizione. Oggi il giudice del tribunale del capoluogo emiliano, Matilde Betti, ha concesso a Mohamed (il nome è di fantasia) la protezione sussidiaria con la possibilità di rimanere in Italia per almeno tre anni. Il problema è che nessuno ha più notizie di lui per potergli comunicare che le porte dell’Italia sono finalmente aperte. E per questo ora lo Stato rischia di ritrovarsi di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Le disavventure di Mohamed, muratore quarantenne originario della città tunisina di Sfax, iniziano con le rivolte in Tunisia nel 2011. L’uomo fa parte del partito politico di Ben Alì, il raìs tunisino deposto proprio dopo le sommosse dello scorso anno. Mohamed è membro attivo del partito al potere, l’Assembramento Costituzionale Democratico, facente capo all’allora presidente. A riprova della sua militanza ci sono un tesserino di appartenenza al “Comitato di Coordinamento di Sfax” e una lettera di ringraziamenti per i servizi resi al partito datata 30 aprile 2010. Insomma, Mohamed è visto come uomo del regime e per questo, il 30 marzo 2011, deposto Ben Alì, la sua casa viene assaltata. Lui va alla polizia tunisina che però non gli assicura l’incolumità e gli consiglia di cambiare aria. Da qui la fuga che il 28 aprile 2011 lo porta in barcone fino alla Sicilia.

Inizia così la sua odissea italica. Respinto dal questore di Agrigento, Mohamed finisce al Cie di Bologna. Lì chiede che gli venga riconosciuta la protezione internazionale. Ma la commissione competente rigetta la sua domanda. L’11 luglio 2011, anche grazie al sostegno dell’associazione bolognese Al Sirat, che con medici e avvocati si occupa di stranieri in difficoltà, il provvedimento di respingimento viene sospeso. La sospensione viene notificata “con comunicazioni regolarmente effettuate con successo lo stesso 11 luglio a mezzo fax alla questura di Bologna e alla commissione territoriale, sezione di Bologna”. A questo punto niente ostacola più il “conseguente diritto per il ricorrente di ottenere un permesso di soggiorno temporaneo per richiesta d’asilo”.

Tutto risolto? Nemmeno per sogno. Passano 20 giorni. L’avvocato di Mohamed invia altri due fax perché l’uomo possa uscire dal Cie con in mano il suo permesso di soggiorno: uno spedito il 13 luglio alla questura e un altro il 18 luglio al Cie di Bologna. Infine il 2 agosto, sempre via fax, il tribunale sollecita nuovamente che Mohamed venga liberato. “Troppo tardi però – scrive oggi la sentenza del giudice – perché lo stesso 2 agosto 2011 il ricorrente era stato già rimpatriato verso la Tunisia”.

Come riportato nella sentenza del 16 maggio, la questura sosteneva “di non avere avuto notizia del provvedimento di sospensione del Tribunale, contrariamente ai risultati dell’invio dei fax sopracitati, e pertanto di avere in buona fede dato esecuzione al respingimento pregresso”. La stessa questura, interpellata oggi sulla questione da ilfattoquotidiano.it, non ha ancora commentato la sentenza.

Tuttavia, gli stessi uffici di polizia nei mesi scorsi avevano implicitamente ammesso l’errore, precisando, si legge nella sentenza del 16 maggio, “di avere successivamente provveduto a sospendere (…) l’iscrizione del provvedimento di espulsione comunicando al consolato italiano a Tunisi la particolarità del caso, al fine della concessione del visto di reingresso di Mohamed in Italia”. Tradotto, la questura di Bologna è come se avesse detto ai consolati italiani: “Se vedete Mohamed ditegli che le porte per lui sono aperte”.

La sentenza del tribunale di Bologna, già appellata dal ministero degli Interni, ora rischia di portare lo stesso Stato italiano di fronte alle corti internazionali. “Noi non ci fermeremo qui – spiega l’avvocato Alba Ferretti, che per l’associazione Al Sirat ha seguito il caso in Tribunale – e chiediamo che Mohamed venga rintracciato in Tunisia, fosse anche coi servizi segreti”. Sempre che ancora si possa rintracciare, viste le minacce per le quali era dovuto scappare dal suo Paese.